Bandiera bianca

Non scrivo da un bel po’. Avevo di peggio da fare. Mi ero però segnato, nell’irritazione di dicembre, di verificare la situazione ad una certa distanza dalla vittoriosa difesa dello status quo. L’occasione delle amministrative mi pare ghiotta, e quindi eccomi qua.

Renzi ha vinto / Renzi ha perso, il Pd ha perso / il Pd ha vinto, il centrodestra è tornato/ il centrodestra non è tornato, M5S arranca / M5S avanza. Eccetera. Sì vabbè, ma quindi? Nel contesto istituzionale uscito dal doppio knock-out renziano (referendum e sentenza costituzionale sulla legge elettorale) di cosa stiamo parlando esattamente?

Se anche il centrodestra/M5S/Renzi vincono alle politiche, poi che succede? Nulla. Nessuno (rebus sic stantibus) avrà – tra Camera e, soprattutto, Senato – i numeri per governare da solo, o con pochi veramente simili, sulla base di un programma definito prima, e questo anche se vincesse.

Nel gioco molto italiano degli Orazi e dei Curiazi si finirà quindi a fare qualcosa forzatamente assieme, prendendo un pezzo di qua e uno di là, si minacceranno le crisi, ci si accontenterà di un sottosegretariato, si darà una mancetta qua, si farà cascare un primo governo, se ne farà un altro, si gestirà quel che si può. Cose e cambi di sostanza zero, maquillage e spostamenti di risorse da qua a là per un 2%, poi l’inverso. Ammuina insomma, mentre tutto rimane in pratica uguale, sotto il profilo di sistema.

Intanto il debito pubblico salirà o rimarrà tremendo nella migliore delle ipotesi, la gente continuerà ad iscriversi all’ANPI ed alla UIL, Vasco continuerà a fare mega concerti, Silvio farà il bomber, i millemila leader e pensatori della galassia di partiti di sinistra faranno continui tavoli di discussione, Salvini minaccerà di invadere la Polonia, la gente di sinistra si sentirà di sinistra non governando ma alzando altissimi sopraccigli (che pare, in questo paese, l’unico modo per sentirsi genuinamente di sinistra), la gente di destra continuerà a pensare che la libertà economica vale solo per me fintanto che conviene a me, che le tasse/ i servizi / i fondi / gli appalti essenziali sono sempre e solo quelli che giovano a me e via così. Almeno per un altro po’. Tutto come prima, come sempre, che sollievo.

Insomma, il parlamentarismo a propulsione proporzionale – che sin qui è l’esito ultimo della sconfitta della riforma costituzionale – potrà finalmente ridare fiato, in modo conclamato, a quel corpaccione bonariamente conservatore che è da sempre la spina dorsale di questo Paese. E quando dico da sempre intendo da sempre, dai governi della Destra/Sinistra Storica in poi, fascismo compreso, salvo pause legate al singolo  personaggio o alla necessità, ma non certo spinte dal genuino e generale consenso della maggioranza della popolazione a cambiare in un senso o nell’altro. Il corpaccione s’era solo nascosto sotto le mentite spoglie del parlamentarismo a spinta para-maggioritaria degli anni ‘90 e 2000: ma era un velo molto pietoso, anche a causa di un sistema elettorale molto pietoso fatto per “gioiose macchine da guerra”, e l’avevamo un po’ capito tutti. Basti pensare alle grandi riforme di sistema di Prodi (poveraccio, con quei due/tre senatori di vantaggio avòja a riformà, siam rimasti alle lenzuolate di Bersani, fate voi) o di Silvio (che i numeri, almeno lui, sulla carta in qualche periodo li avrebbe pure avuti per far da Thatcher o Reagan: sulla carta i numeri e manco sulla carta la volontà o la capacità, in effetti. Eppeò siamo già tornati in questi giorni, ancora e per l’ennesima volta, alla tonitruante e vuota retorica “liberale”).

Non l’abbiamo visto, in questi mesi, di che si tratta? La rappresentazione plastica è data dal governo Gentiloni e dalla maggioranza che lo sostiene: da una parte lo jus soli, dall’altra l’apartheid processuale per i richiedenti asilo, da un parte i voucher li elimino, dall’altra li reintroduco, da una parte concorrenza sì, dall’altra parte concorrenza boh (le rincorse/cancellazioni/vediamo etc su uber e flixbus, per dire). Insomma stiamo probabilmente tutti pensando esattamente allo stesso trito, per quanto realistico, riferimento, l’Italia di Elio.

Quale possa essere la reale capacità di incidere sul sistema di questo tipo di governi, di questo tipo di maggioranze, di questo tipo di leader non è affatto un mistero glorioso. Ed ancor meno misterioso è il tipo di governo che – con le coordinate istituzionali ed elettorali che abbiamo ora, e non c’è molta speranza di cambiarle, da quel che si è visto – verrà fuori dalle prossime elezioni: un governo con la stessa capacità di incidere e prendere posizioni nette dell’attuale governo, che dovrà confrontarsi con miriadi di componenti molto diverse fra loro. Qualcuno un voto più degli altri lo avrà, ma nessuno cambierà niente, non ne avrà la forza, anche se ne avesse la volontà. Poi, oh, i miracoli avvengono, eh, ma non ci conterei troppo.

Questo mi sembra il panorama, 7 mesi dopo il referendum che ha “salvato” (o condannato?) la Costituzione. E come s’è detto a suo tempo, il sistema non vira ma continua ad attenuare ogni possibilità di incidere e dunque di individuare responsabilità in quella festa italiana in cui la colpa non è mai di nessuno o è di tutti, quindi di nessuno, e così per i meriti.

Fin qui, ciò che da me potevate benissimo aspettarvi. Ma in più mi chiedo, se questo è il panorama, qual è oggi l’utilità o la prospettiva politica di Renzi? Fare il Gentiloni di domani, ammesso e sempre meno concesso che vinca e porti a casa un’ormai difficile “ottima prestazione elettorale”? È tutto meno che un mediatore, e qui ormai servono i mediatori, quelli capaci di unire nel compromesso (il che non è di per sé un vizio, ma in genere in Italia non porta molto frutto, o porta a compromessi al ribasso).

Che senso ha il “personaggio” Renzi in un governo, in un sistema in cui il governo deve stare a trattare ogni cosa con ogni componente o peggio – nel caso di impasse – con la componente avversa? In un governo che strutturalmente non può prendere iniziative di riforma incisiva o di sistema o portare a casa delle promesse ed obiettivi propri e predeterminati ma deve costruirli di giorno in giorno? Se il destino a medio termine di Renzi, e dell’Italia, è quello segnato politicamente dalla sua sconfitta al referendum costituzionale, bisogna prendere atto che la sua insistenza a rimanere sul palcoscenico politico inizia davvero a sembrare patetica, anche a chi come me non può essere tacciato di antipatia viscerale per l’uomo, prima che per il politico. Che senso ha rimanere in gioco così? Con queste regole? Ma anche se prevale, Renzi, in questo scontro, che farà poi? Con che numeri farà il decisionista e sarà in grado di proporre un programma per “l’Italia fra 10 anni”? Ma di che stiamo parlando? Non è di questo che abbiamo bisogno oggi, le cose non sono andate come da programma ed a meno di un improbabile revirement sulla legge elettorale in zona Cesarini, la funzione del personaggio/fenomeno “Renzi” (così come la sua capacità propulsiva, ideale ed attrattiva) a me pare oggi – di già, in questi tempi così accelerati – esaurita. Lui non può essere quello che avrebbe voluto. Ora ci vuole altro (altro che non vedo all’orizzonte, ma certo non può essere Renzi).

Con questo non intendo affatto partecipare al clima da Idi di Marzo di questi giorni, coi Franceschini che cercano vie di fuga e pensano già al dopo. Non è che Renzi dovrebbe andare via perché con lui si perde o perché ha perso lo smalto etc. Renzi dovrebbe andare per tutelare se stesso, non il partito: perché il sistema non è cambiato, perché lui si proponeva di cambiarlo ma non ci è riuscito (o meglio, gli italiani lo hanno impedito, giusto o sbagliato che sia) e nel panorama residuo o è lui che cambia e diventa andreottiano oppure servirà a poco o nulla, anzi sarà d’intralcio a trovare soluzioni, a sinistra, che siano adeguate/integrate al sistema politico-istituzionale. Il quale sistema è munito di meccanismi interni fatti proprio per impedire qualsiasi grande cambiamento.

Se il fenomeno Renzi era “vero”, funzionava nel sistema che proponeva di rinnovare. Se invece si continua a calcare la scena oggi, in un sistema che non consente affatto quella concentrazione di responsabilità che si auspicava – e ogni colpo di coda, vedi la legge alla tedesca, te lo impallinano (ma vedremo) – si finisce per sembrare falso, oggi e ieri, e votato essenzialmente non a veicolare la voglia di cambiamento dell’elettorato ma a gestire il potere nonostante la mancanza di quella voglia nell’elettorato. T’hanno molto amato, hanno pure accarezzato l’idea di cambiare, ma alla prova dei fatti non s’è voluto concretizzare, ed ora sembra ormai sparito anche l’amore. Di buono (e di nuovo) c’era nel personaggio Renzi quello sbandierare di non essere “uno per tutte le stagioni”: che ci lasci almeno questo ricordo, e non quello di una vecchia gloria che finisce a giocare nel proporzionale col bilancino di sbarramenti ridicoli.

Ci hai provato, ci hai creduto (pure troppo), non è andata. Ora basta. No?

P.S. Se può essere di consolazione a Renzi, mi pare molto opportuna la riflessione piuttosto epicurea che Lucarelli mette in bocca ad un eritreo di più di un secolo fa: “non sentirti felice se l’italiano ti ha detto che ti ama. Non sentirti triste se ti ha detto che ti odia. Mai prenderli sul serio, gli italiani. Fanno sempre cose inutili”. Significativamente, la citazione viene da “Il tempo delle iene”, di cui vivamente suggerisco la lettura.

 

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