La fine della Repubblica negoziale?

[disclaimer: perdonatemi, è ‘na roba lunga, però ci ho messo i titoletti eh! E contate che ho scritto meno di quanto volevo. Comunque faccio come il saggio Barca: se non avete tempo o voglia, andate subito all’ultimo paragrafo]

Che ci hanno raccontato, amici, sulla riforma costituzionale? Un sacco di cose, e per lo più cazzate od ovvietà travestite da ragionamenti, il tutto condito da polemiche di una pretestuosità che fa paura e che in gran parte, sarà un mio limite, manco capisco.

 

La personalizzazione – Iniziamo dalla prima e più longeva “Renzi ha sbagliato a personalizzare il voto referendario”, affermazione che va tanto in voga anche nello schieramento del Sì, tanto da costringere lo stesso Renzi a tentare l’inversione di rotta. Ecco, io sta cosa proprio non la condivido. Ma come, cavolo, per una volta c’è uno che ci mette la faccia, uno che dice “questo è quello che sono riuscito a fare, questo il motivo (le riforme) per cui sono andato al potere, non per vivacchiare: se il Paese condivide bene, se non condivide, può benissimo fare a meno di me”. Non lo sa Renzi che questa sua provocatio ad populum è rischiosa? Non lo sa che la riforma costituzionale potrebbe essere la sua “spedizione in Sicilia” di peloponnesiaca memoria (sì, ultimamente sto riascoltando Canfora, lo ammetto). Non lo sa che potrebbe perdere, andare a casa e che si finisce con un governo tecnico presieduto da qualche Riserva della Repubblica, magari proprio da un più che sereno Letta (sarebbe un’ipotesi davvero scespiriana eh?).

Certo che lo sa: ma ben venga, per la miseria, qualcuno che finalmente non è un uomo buono per tutte le stagioni. Non lo so, ma a me pare un atto di responsabilità politica, finalmente, e non di irresponsabilità: un atto diverso da quello a cui da sempre ci ha abituato lo spettacolo molto italiano delle “dimissioni ritirate”, del governo Tizio IV, Caio VII etc. (e, per intendersi, se non se ne va in caso vinca il No, mi deluderebbe assai, e non sono neppure certo che in effetti ciò non accada, e guarda te a che punto siamo arrivati, Mattè, non è la prima volta che ti approfitti della mia ingenuità).

 

La fine del bicameralismo perfetto – Ci si oppone strenuamente alla nuova composizione e ridotta competenza del Senato. C’è l’argomento democratico: la sua esautorazione minerebbe in radice la Repubblica, consentendo un tendenziale accentramento di poteri nella sola Camera. L’elezione indiretta del Senato lo rende antidemocratico, perché frutto di nomine partitiche. Vabbè, ragazzi, mettiamoci d’accordo, monocamerali sono tanti di quei paesi scandinavi al cui protettorato aspiriamo un giorno sì e un giorno no, mentre nella gran parte del mondo occidentale (tra cui Francia, Germania, Olanda) in cui vige un sistema bicamerale, uno dei due rami del Parlamento è formato attraverso un’elezione indiretta ed esercita una competenza limitata rispetto all’altra Camera. Insomma: il bicameralismo imperfetto a suffragio misto non è affatto una minaccia alla democrazia e semmai è quello perfetto a suffragio universale l’eccezione.

Non solo: non è affatto vero che l’elezione indiretta del Senato è antidemocratica, posto che chi elegge i Senatori (ovvero i consiglieri regionali) è stato a sua volta eletto, e dunque detiene una piena legittimità democratica (per dire, i senatori toscani difficilmente saranno della Lega e quelli veneti difficilmente saranno del PD: ovvero rispecchieranno le maggioranze regionali esistenti di volta in volta). Insomma, non vorrei entrare nei tecnicismi ma – con buona pace di chi si straccia fin troppe vesti – la riforma costituzionale, sotto questo profilo, costituzionalizza – limitandolo – il sistema di fatto in uso da anni, ovvero la negoziazione dei contenuti, con prevalenza finale dello Stato, delle leggi in seno alle conferenze Stato – Regioni ed Autonomie.

Contro la fine del bicameralismo perfetto c’è poi l’argomento complessità “si passa da un solo procedimento a 10 procedimenti diversi!”. Fatevene una ragione: il fatto che voi non riusciate a tenere a memoria, o a comprendere nell’immediato, i 10 (ammesso che 10 siano, ma non stiamo a discutere) tipi di procedimento (peraltro in gran parte eventuali) non rende in sé la cosa più complessa dal punto di vista costituzionale.

Va da sé che i vari procedimenti previsti hanno un loro percorso dettato nella riforma in modo sufficientemente chiaro e motivato e tendono, con termini perentori e quorum di maggioranze, a rendere marginale il ruolo del Senato nelle materie che non siano di competenza condivisa: il che risponde allo spirito della riforma. (Non spendo parole né sul risparmio derivante, limitato ma pur sempre tale, né sulla questione delle immunità, entrambe questioni sulle quali le critiche avanzate fanno semplicemente pena anche solo sul piano logico).

 

La nuova ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni – Altra, tra le questioni di maggior rilievo. E insomma si latra che si esautorano le Regioni: bah. Intanto, è molto dubbio che le Regioni siano esautorate, visto che per molte materie ex “potestà concorrente” (governo del territorio, turismo, cultura, istruzione, salute…) viene avocata allo Stato solo la competenza sulle disposizioni generali e comuni…ovvero si replica, in altra forma, il meccanismo di funzionamento della potestà concorrente – principi allo Stato, tutto il resto alle Regioni – almeno così come interpretato in genere dalla Corte Costituzionale (ovvero con un favor per la competenza dello Stato). Ciò che veramente viene richiamato in esclusività sono in sostanza le scelte strategiche in materia di coordinamento tributario e di finanza, energia e infrastrutture: e la domanda da porsi è, è opportuno che il Molise o la Basilicata (la cui popolazione, assieme, rappresenta 1/60 di quella nazionale) possano ostacolare programmi e iniziative di rilievo nazionale in questi settori? Ecco, rispondetevi da soli. Per lo stesso motivo, viene introdotta anche la clausola di supremazia, a tutela estrema dell’unità economica, giuridica del Paese e dell’interesse nazionale.

 

Gli istituti di partecipazione – Una delle cose migliori, poi, ovvero il potenziamento degli istituti partecipativi popolari, viene letto…esattamente al contrario! Sì, aumentano le firme per la proposizione delle leggi popolari (da 50.000 a 150.000) e c’è una doppia soglia, (a 500.000 e 800.000) con la seconda aumentata per il referendum. La scelta risulta già in sé razionale in un mondo che è un bel po’ diverso – sia in termini di popolazione che in termini di possibilità di comunicazione – da quando furono indicate originariamente le soglie in discussione (per dire, io le avrei alzate ancora di più).

A parte questo, ci si dimentica di dire che questi due istituti (con buona pace degli ottimi padri costituenti) fanno attualmente (e da tempo) acqua da tutte le parti: le leggi popolari vengono presentate e mai calendarizzate per la discussione in Parlamento, il referendum ormai viene bocciato sistematicamente per mancanza di quorum. Ecco, la riforma ovvia proprio a questo: le nuove proposte di legge di iniziativa popolare dovranno essere obbligatoriamente discusse dal Parlamento entro termine certo e, quanto al referendum, se viene presentato con un numero di firme che supera la soglia più alta (800.000) ci si avvarrà di un quorum costitutivo parametrato all’affluenza alle ultime elezioni: ovvero finirà il giochetto che consente ai fautori del no di giovarsi dell’astensione “fisiologica” e l’istituto riotterrà una qualche efficacia (attenzione: con successiva legge costituzionale si potrà addirittura anche declinarlo nella forma “propositiva” e non più solo abrogativa). Questi sono i cambiamenti in termini di partecipazione: anche qua, rispondetevi da soli sul tema dell’efficacia della partecipazione popolare prevista dalla riforma rispetto all’esistente.

 

Le contestazioni trasversali – Sin qui, ho affrontato alcuni temi specifici di riforma a mio parere più rilevanti, lasciando da parte le tamerici (province, cnel etc) benché ce ne siano molti di interessanti e spesso non menzionati (introduzione costi standard, esclusione dei soggetti responsabili di dissesto di Regioni ed enti locali, razionalizzazione dei poteri del Governo). Vorrei adesso spendere qualche parola sulle critiche sollevate contro la riforma a livello generale. Si tratta in particolare degli argomenti spesso sollevati (anche con ragione in alcuni casi, per carità) da accademici e costituzionalisti: che la riforma è scritta male, che manca di organicità, che si poteva fare “ben altro”, che ne verrà fuori contenzioso. Il prezioso argomento logico-filosofico che vorrei spendere sul punto è: grazie graziella. Non si è dato un incarico ad un team di costituzionalisti, si è cavato il sangue dalle pietre di un accordo tra destra e sinistra nel fango della discussione parlamentare (salvo che poi molti l’hanno rinnegato per convenienza, a voi il giudizio su di loro).

La riforma è scritta male? Al di là dell’opinabilità della cosa, vorrei ricordare che la Costituzione perfetta e ben scritta per antonomasia (la cosiddetta “Costituzione dei professori”) è quella di Weimar: ha impedito quello che è successo poi? No.

Non è organica: e no che non è organica, poichè interviene solo su alcuni aspetti: i tentativi di fare una riforma organica – esclusa la convocazione di un’assemblea costituente – nel nostro ordinamento sono passati attraverso le commissioni bicamerali. Sapete quanti sono stati e quando sono iniziati? S’è iniziato nel 1983 con la commissione Bozzi! Poi nel 1993 con quella De Mita ed infine nel 1997 con quella D’Alema: risultato? Rispondetevi da voi anche qui. E gli ultimi due nomi di presidenti di commissione dovrebbero pure dirvi qualcosa (ovviamente, entrambi sono per il no: e ancora gli diamo spazio).

Ancora, si poteva fare altro, si poteva eliminare totalmente il Senato etc.: ma che razza di argomento è? Anch’io ho le mie idee su quel che avrei fatto io (per dire, monocameralismo, riduzione delle Regioni a 10 etc.) ma vi do una notizia, non siamo i protagonisti di un improbabile “Riforme fantastiche e dove trovarle”: ciò che si è riuscito a portare a casa ora è questo, quello che promettono tutti (“io farei di più e di meglio”) vale meno di zero. È probabile invece che se non passa questa riforma ci aspetta una altro lungo, lunghissimo giro di giostra, ammesso che si arrivi mai a qualche risultato (arrivo sul quale la disomogeneità di cultura politica, sociale e giuridica del fronte del no giustifica più di qualche dubbio).

Ed infine: “susciterà contenzioso”. Bravi: è ciò che suscita una qualsiasi nuova legge, sia essa costituzionale o meno, chiara e ben scritta oppure no. Quando guardiamo un articolo di legge, fosse anche di due righe, dobbiamo pensare che vediamo solo la punta dell’iceberg del suo significato giuridico: sotto quelle righe ve ne sono migliaia, scritte dalla giurisprudenza per applicare la norma e derivano proprio dal contenzioso. È un fenomeno normale nel mondo giuridico ed ancor di più nel nostro sistema, quindi non stupitevi.

 

Il combinato disposto – Per ultimo, l’argomento che fuoriesce propriamente dalla riforma, ma che in effetti ci rientra, anche solo perché la legge di riforma costituzionale prevede uno screening costituzionale preventivo della già legge elettorale già approvata. La riforma viene combinata con l’Italicum, l’Italicum è il male, perché un partito senza la maggioranza proporzionale avrà la maggioranza parlamentare. Benvenuti nel sistema maggioritario: vi può piacere o meno – e su questo è legittima ogni posizione – ma non è affatto antidemocratico e funziona in tantissimi paesi, anche quelli che in fatto di democrazia possono darci qualche lezione. La massima democrazia è ovviamente un voto per testa (il proporzionale secco, per intendersi), ma è anche la massima disfunzionalità (e lo sappiamo bene, avendolo avuto per tutta la prima repubblica). Più elementi di maggioritario si introducono più diminuiscono i caratteri democratici? Può darsi: ma più si introducono caratteri di proporzionalità più si intacca la capacità di decidere.

È dunque un equilibrio tra due ferree necessità (per quanto mi riguarda): e mi sembra che l’Italicum preservi questo equilibrio in modo soddisfacente (il 54% della Camera a chi raggiunge il 40% al primo turno, sennò ballottaggio). Il vizio dei sistemi elettorali para-maggioritari sin qui applicati in Italia era ed è essenzialmente uno: per via dell’obbligo costituzionale di elezione del Senato su base regionale i premi in quel ramo vengono dati Regione per Regione, e quindi non corrispondono quasi mai in maniera netta come nella Camera (dove il premio è dato su base nazionale), con il risultato che i Governi finiscono sempre per poggiarsi sulla graziosa volontà di un paio di senatori, se pure. Il problema viene quindi superato nel combinato disposto con la riforma della composizione e competenza del Senato, che non darà alcuna fiducia al Governo e non dovrà approvare tutte le leggi.

 

My take – Ora, per esprimere un giudizio sulle tante (o poche, dipende dal vostro giudizio) novità, è preliminarmente necessario trovare un significato sintetico ed omogeneo quantomeno a quelle principali (ciò che molti ritengono impossibile). Per come la vedo io, un tratto comune c’è ed è evidente, per così come emerge all’esito del “pacchetto” di modifiche su Senato, Regioni e legge elettorale.

Si tratta della tendenziale diminuzione degli snodi di contrattazione nel nostro sistema costituzionale. Non è un mistero che la nostra Costituzione, nata anche quale reazione storica alla dittatura, abbia inteso disegnare un sistema di pesi e contrappesi molto incisivo, tale da imbragare qualsiasi tentativo autoritario.

Ora, questo sistema – così pensato astrattamente in origine – ha finito col tempo per diventare un sistema di costante e pervasiva negoziazione di ogni scelta ad ogni livello: in Parlamento, al Governo, nelle Regioni. Ogni scelta deve passare per mille tavoli, mille livelli e mille stakeholder, situazione in cui ciascun interlocutore alza il prezzo e pretende la modifica di qualcosa, la riduzione di incisività dei provvedimenti rispetto ai propri interessi, la correzione di quell’aspetto o di quell’altro, il passaggio sul giardino altrui invece che sul proprio, se non il pagamento in moneta sonante del proprio consenso.

Non è stato così fin dall’inizio, ma dobbiamo prendere atto che le ultime riforme sistemiche (buone o cattive che fossero) nel paese risalgono al primo centrosinistra della seconda metà degli anni ’60. Poi basta. Una cosetta là, un’emergenza qua, ogni tanto qualche eccezione: ma cambiare il Paese e farlo in modo incisivo e sistemico, non c’è più riuscito. Fino all’incacrenimento di oggi, fino alla totale paralisi del sistema, che infatti – nell’ascolto di tutti – non riesce a riformare o cambiare nulla in modo incisivo. Quella che è nata come una repubblica parlamentare, insomma, è degradata in una repubblica negoziale: che è la forma di governo “materiale” del nostro paese da decenni, a prescindere dalla “Costituzione più bella del mondo”.

Ecco, la riforma va nella direzione contraria: cerca di sfoltire gli snodi di contrattazione, di agire in riduzione sui gangli della perenne e italianissima mediazione degli interessi, operando – seppur in modo limitato – sul piano dell’efficacia delle scelte, che vengono maggiormente concentrate. Parlo di una tendenza, perché di snodi per la composizione degli interessi ne rimangono eccome nell’ordinamento: ma questa, secondo me, è la vera cifra della riforma e la sua finalità.

È dunque su questo che voteremo, stringi stringi: non sulla riduzione dei costi, non sulla morte della democrazia, non sulla chiarezza dell’art. 70, Cost., ma sulla volontà di restringere o meno gli spazi di contrattazione nella gestione del Paese, che è nelle condizioni in cui è (Buone? Brutte? Sostenibili? Decidetelo voi) anche e soprattutto per questa natura “negoziale” insita nell’ordinamento, per la quale devono essere sentiti tutti ogni volta per ogni cosa. Un sistema in cui la fiducia ai Governi non si ottiene, ma si mendica voto per voto, in cui il Centro decide una cosa e la Periferia decide il contrario.

Questo sistema ha evitato fin qui l’uomo autoritario? Sì. Lo eviterà domani? Ho i miei forti dubbi, perché se c’è un rischio per la democrazia, nel mondo attuale (soprattutto per la nostra), non deriva da una legge elettorale maggioritaria ma dalla incapacità di decidere e di riformarsi, e di farlo in modo incisivo: è questo che porta alla fine all’uomo forte, quando si unisce ad una situazione economica e sociale deteriorata. Ed ancora una volta, potremmo parlare della Repubblica di Weimar.

È su questo, insomma, che a mio parere si vota: insistere che la “Costituzione più bella del mondo” non si cambia è solo una coperta di Linus. Votare no (in buona fede) significa continuare a tenere bassa l’asticella dell’efficacia, in un mondo che non è più quello del 1948: (a) in positivo, perché siamo convinti che la forma di governo fin qui utilizzata sia un bene, perché gli interessi devono trovare tutti e continuamente uno spazio e che quindi nel nostro ordinamento la mediazione deve continuare ad essere favorita ad ogni livello, anche a scapito dell’incisività dell’azione di governo e riforma oppure (b) in negativo, perché abbiamo paura e siamo convinti, come Paese, di “non essere in grado”, che se solo ci allunghi il guinzaglio finiremo cor Capoccione (preoccupazione ingenua, perché se la volontà popolare vorrà un nuovo Capoccione, quello arriverà a prescindere dalla Costituzione, e ci arriverà probabilmente utilizzando la Costituzione, quale essa sia). Legittime entrambe le posizioni: ma non ditemi che votate no perché vorreste più congiuntivi nel testo costituzionale o perché si potrebbe risparmiare di più o perché il Senato viene nominato dai partiti.

Insomma, non è che ho scritto tutto questo nella speranza di farvi cambiare idea all’ultimo minuto – cosa difficile, in questi tempi di polarizzazione estrema anche sul senso di bere il caffè alla mattina – ma per sollecitarvi a votare no, se lo vorrete, non per benaltrismo o paranoia ma perché in effetti ritenete che nel mondo attuale sia più adeguato un sistema in cui tutto debba essere contrattato e mediato all’infinito e in cui sia difficile avere  decisioni nette e responsabilità chiaramente individuabili (tanto nel fare e quanto nel non fare).

Ora, davvero la riforma assicurerà maggiori spazi di efficienza rispetto alle pastoie negoziali? Non lo so, e non lo sa nessuno, poiché la norma è astratta e si dovrà vedere come verrà applicata, qualora passi. Sono certo che su un piano generale la tendenza è quella che ho descritto fin qui e che mi sento di avvallare: credo infatti che solo una capacità decisionale vera equivale ad una responsabilità vera e comporta la possibilità di sviluppare programmi (sì, anche quello di Peppe, ammesso che ne abbia uno e che vinca); e questa riforma, tra luci ed ombre, va in questa direzione.

Dunque scordatevi che via stia garantendo magnifiche e progressive sorti, grazie alla riforma: se infatti chi la attuerà o andrà poi al governo o se comunque ciascuno di noi continuerà ad esser preda di “qualunquismo, degenerazione statalistica, orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline” – che già Pasolini individuava come le pulsioni italiane avverse al cambiamento – finirà tutto e sempre in un nulla di fatto.

Si tratta, ancora una volta, di una nave in porto, e il viaggio potrebbe comunque riservare sorprese. Non nascondiamoci però che l’alternativa è rimanerci, in porto – là dove siamo, dal punto di vista costituzionale, oggi – e quello sì, sappiamo già come funziona.

 

 

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