Back to the basics (una tirata antifascista)

Volevo scrivere del golpe turco, avevo già anche un gran bel titolo: “anatomia ed apologia di un golpe” (è forse un pernacchione quello che ho appena sentito?).

Dal lato anatomico (nonostante i fiumi di pagine scritte dovunque) non sono però riuscito ancora a capire – tra le tante cose – neppure se il golpe fosse laicista o gulenista o se il mancato seguito sia dovuto a questo né mi sono chiari tanti altri elementi tuttora avvolti nel mistero (e giustamente quindi taccio, uniformandomi al dictat di Mentana, secondo cui “parla delle cose che sai, che a occhio e croce è un invito a tacere”). Sotto il profilo apologetico, poi, la parte meno reazionaria del sottoscritto (c’è, c’è, ve lo assicuro) inorridisce anche solo all’idea di giustificare un intervento manu militari per destituire organi democraticamente eletti. Del resto, come al solito, la realtà si è preoccupata di superare l’evento fin troppo velocemente, passando al controgolpe erdoganista, che probabilmente lascerà un segno molto più incisivo della sua (pretesa) causa efficiente.

E dunque – dopo la premessa più lunga che abbia mai scritta, finalizzata al poco recondito e molto bieco fine di poter scrivere comunque da qualche parte “anatomia e apologia di un golpe” – andiamo oltre, ma poi non molto più lontano.

Leggevo un gran bel pezzo sulla fascistizzazione della Russia: la riflessione con cui si chiude l’articolo – secondo me molto wishful thinking e vedremo perché – si coccola con un tranquillizzante “la Russia così non reggerà per molto, alle democrazie basta sopravvivergli”. Ecco, il punto sta proprio là: nel sopravvivergli.

Sì, perché francamente non vedo nel mondo il prodursi di un ciclo virtuoso in cui le democrazie si vanno espandendo – nonostante le (ed anzi forse anche a causa delle?) vecchie pretese repubblicane di esportazione dell’istituto – a scapito dei regimi non democratici. La fascistizzazione russa non è infatti affatto un manifestazione marginale nel mondo ma più semplicemente un esempio estremo (nel metodo e nel merito) di un fenomeno che si va oggi riproducendo in modo virale e che francamente potremmo chiamare in mille modi (un po’ come il demonio).

Quella che per brevità viene detta “fascistizzazione”, infatti,  è la traduzione in forma imperfettiva di un regime di tipo – per farla molto breve, ma in fin dei conti Eco aveva già detto tutto e molto di più – nazionalista, vittimista e tendenzialmente conservatore, puntellato, quantomeno inizialmente, da plebisciti e, sistematicamente, dalla propaganda, in cui la vita politica si svolge in assenza di qualsivoglia divisione sostanziale di poteri ma sin qui (ed ecco la diversità tendenziale dai fascismi) nel formale rispetto dei riti e delle liturgie democratiche (voto, presenza di parlamenti, multipartitismo giallo etc.).

Ed insomma, questa para o pseudo democrazia oggi mi sembra proprio “come l’universo: in espansione” (sì, come il socialismo nel 1975).

Lascerei da parte – per la loro diversità – i regimi prodotti dai tentativi di democratizzazione di uno Stato che democratico in partenza manco lo era: e parlo sia dei casi esogeni (la politica americana anni 2000 – Iraq e Afghanistan) che di quelli endogeni (lo “strano caso” delle primavere arabe). Anche lì, comunque, mi pare che la democrazia le stia prendendo di santa ragione: vinciamo in Tunisia, pareggiamo (ma per quanto e in che reale misura?) in Iraq ed Afghanistan e perdiamo in Egitto, Libia e Siria (in questi ultimi due casi si son un po’ portati via il pallone, diciamocelo).

Il miglior brodo di coltura della fascistizzazione è invece il corpaccione sano di una democrazia compiuta, dalla cui porta principale (elezioni) entra in genere l’agente patogeno. Sappiamo che né il fascismo né il nazismo sono giunti al potere grazie ad una rivoluzione (nonostante in Italia, patria della sceneggiata, il regime abbia voluto insistere sulla marcia su Roma come evento deflagrante, il che non fu); al potere ci sono giunti comodamente, col voto della (g?)gente e l’appoggio, più graduale ma che non ha tardato, del mondo economico e di quello istituzionale e militare.

E, proprio per questo, ciò che più incute timore è che la fascistizzazione stia avvenendo gradualmente in paesi che democratici lo erano (anche se poi non da tantissimo). Al di là della Russia, penso ovviamente al caso eclatante della Turchia (e ben prima del golpe). Di più, il cambiamento sta avvenendo in paesi di cui si dava ormai per scontata ed irreversibile l’acquisizione al campo democratico e che da tale sistema hanno solo tratto guadagno. Penso alla Polonia ed all’Ungheria, dove le strette sui media, sulle organizzazioni non governative e sul potere giudiziario sono sempre più minacciose, unitamente alla retorica nazionalista. E tutto ciò sta accadendo senza che si riesca a trovare un rimedio e nonostante l’allarme sia stato lanciato da molti.

Se poi guardo all’autunno, ovviamente, mi tremano i polsi mentre osservo Trump e penso a quanto mi ricorda il presidente Kennedy (quello di Fatherland, ben diverso padre di quello vero, per fortuna). Se poi spingo lo sguardo più avanti, alla primavera, vedo le presidenziali francesi e…insomma, ci siamo capiti.

È per questo che l’ipotesi che alle democrazie “basti sopravvivere” mi convince molto poco: specie se i germi della fascistizzazione si combinano sempre più – nel dibattito ancora democratico – con quelli dell’antipolitica (tutti ladri!), dell’anti-intellettualismo (abbasso l’intelligenza!) e della violenza verbale (eliminare fisicamente!): non a caso slogan già sentiti al seguito der Capoccione. Per l’editorialista di PS uno dei punti deboli della fascistizzazione in Russia è la sua origine top-down: e peggio mi sento, allora, quando m’accorgo che nel caso occidentale il fenomeno sembra invece avere più spiccatamente una natura bottom-up.

Insomma, in attesa di sopravvivere alle “democrazie illiberali”, non vorrei dover assistere all’elezione di una maggioranza parlamentare che, come prima iniziativa, elimina o cambia in forma riduttiva (o, più semplicemente, non rispetta) i principi fondamentali o la parte prima della nostra Costituzione (caso in cui, peraltro, vorrei che i militari – che devono avere anche il compito costituzionale di difendere l’ordine democratico – uscissero dalle caserme: ecco il senso dell’apologia del golpe, tiè). Notate che non ho parlato della seconda parte della Costituzione, volutamente ed a scanso di equivoci.

Dunque: che lezione dobbiamo trarre dagli eventi in corso? Non vorrei risultare allarmista (e ovviamente lo risulterò) ma gli indizi portano a concludere che la militanza antifascista e democratica potrebbe presto non risultare più il vecchio arnese che giace nell’armadio di nonno. Non può bastare “sopravvivere” aspettando in silenzio che la fascistizzazione (delle coscienze prima e dello Stato poi) si fermi da sé: perché in realtà ben potrebbe prevalere. Si deve quindi reagire, a livello istituzionale (penso alla UE, che solo ora sta diventando flessibile sulle questioni economiche mentre lo è da tempo fin troppo su quelle dei diritti) così come in casa, sul nostro wall, al bar. Dobbiamo anche smettere di fare un po’ gli elitari del cazzo eh. E magari far passare l’idea che la democrazia non è semplicemente votare: e che quando la si riduce solo a questo, si finisce presto anche di far quello. Insomma, ricordarsi che le più basilari ed ovvie conquiste democratiche vanno difese: ed attivamente, non facendo la maggioranza silenziosa.

E tutto questo è ancora più importante quando il nemico della democrazia si veste da suo paladino e finge di rispettarne forma e sostanza, in attesa di violarle. Specie quando dice “io non sono razzista/fascista/illiberale ma”. Specie quando dice che lo vuole il popolo (o, nella sua versione attuale e deprezzata, la gente). Specie quando addita nemici esterni e fomanta la paura. Specie quando fa di tutt’erba un fascio: perché, appena potrà, intende farlo davvero.

Sopravvivere non basta: di irreversibile c’è solo la morte e per il resto bisogna battersi ogni santissimo giorno. Se del caso, ritornando ai fondamentali.

 

Ps. E sì, volevo tanto scrivere anche “antifascismo militante”.

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