Il referendum e i suoi nemici

Sarò breve (bugia, però ci provo): mi sono veramente rotto del dibattito trivelle.

Il problema non è tanto sostanziale (ovvero se essere a favore o contro) ma sullo strumento in questione, ovvero il referendum. Che diavolo di senso ha proporlo per un tema sul quale – nonostante la lettura di vari contributi tecnici e politici per il sì e per il no – non si riesce a farsi un’idea precisa? Oh, sarò scemo io eh, ma non sono ancora riuscito ad inquadrare bene il tema sostanziale né in relazione agli effetti né in relazione ai presupposti.

Se non sono scemo io (ipotesi comunque possibile) allora forse il problema è nello strumento.

Il referendum è un quesito posto a mio nonno e a me, all’operaio ed all’architetto, al poliziotto ed al ladro. Il referendum è una extrema ratio, un taglione che va utilizzato su questioni fondamentali, dove chiunque può capire di che si tratta e che – per non finire depotenziato, come è successo a metà degli anni ’90, per dire – non va tirato in ballo per qualsiasi tipo di questione, al dì la di quanto può essere lodevole l’intento.

Non è che non me ne frega dell’ambiente o delle energie e del loro uso, intendiamoci. Ho votato sì, e convintamente, sul nucleare nel 2011: ma si trattava – per citare gli offlaga – di una questione netta, che se vinceva il No il nucleare c’era e se vinceva il Sì non c’era (ma lo stesso poteva dirsi per l’eterologa nel 2005, per dire).

Ma in questa vicenda dove sta il netto discrimine? Quali saranno le magnifiche e progressive sorti che si apriranno nel caso della vittoria di un sì oppure di un no? Che non useremo più il petrolio? Che diventeremo improvvisamente ad impatto zero? No. Che le piattaforme le cui concessioni sono in scadenza entro le 12 miglia potranno continuare ancora a trivellare oppure che rinunceremo all’1% di petrolio nostrano e al 2 e mezzo di gas. La faremo finita con le trivellazioni? No, perché ce ne sono a terra ed al di là dei 12 miglia dalla costa. Passeremo tutti alle rinnovabili? No, perché è un passaggio epocale e graduale, che peraltro stiamo già percorrendo.  Saranno impediti disastri ecologici? No. Perché le sostanze tossiche hanno la cattiva abitudine di non fermarsi al limite del mare territoriale, anche se sono state liberate oltre quel confine. Porremo il principio che le concessioni su beni comuni che sono in scadenza non possono essere prorogate ad libitum? No, perché su beni comuni continuiamo sistematicamente a concedere vergognose proroghe (pensate alle concessioni balneari).

Insomma ci siamo capiti. Non stiamo parlando di una questione di principio, fondamentale e (dunque) politica, ma di una questione di amministrazione, laddove il confine tra il vantaggio e lo svantaggio nella scelta non è chiarissimo ed è molto sfumato. Dove la scelta non ha esiti netti e comprensibili ai più. È per questo che paghiamo agenzie per la protezione dell’ambiente, è per questo che eleggiamo dei rappresentanti: perché la gran parte delle scelte, una volta fissato un principio o una direttiva, è fatta di amministrazione e spetta ad un apparato politico, tecnico ed amministrativo che a quello serve.

Personalmente, penso che il referendum sia uno strumento eccezionale e di straordinaria potenzialità: deve riguardare questioni di principio, dove riesco a capire il bianco e il nero e a dare una direttiva netta, per l’appunto all’apparato politico amministrativo. Non deve finire, per converso, ad annacquarsi fingendo di dare alla gente la possibilità di una scelta consapevole mentre la si sommerge di questioni così specifiche e tecniche che – pur non cambiando nulla nel sistema – finiscono però per avere delle conseguenze. Conseguenze di tale fumosità che non siamo neppure in grado di comprendere a priori se dalla scelta deriveranno più danni o più guadagni.

Epperò sto referendum intanto c’è. Perché? Tanto per cambiare – come tutto, in Italia – per chiari motivi strumentali, che nulla hanno a che vedere con l’esistenza dell’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. A chi e a cosa serve questo referendum? Ai migliori, a sventolare la bandiera dell’ambiente – ai peggiori, per indebolire il governo – alle Regioni per alzare il prezzo della loro collaborazione con lo Stato. E sono giochetti a cui preferisco non prestarmi.

E proprio per questo, e per rafforzare lo strumento partecipativo, domenica eserciterò il mio diritto (sulla legittimità del quale si astengano i costituzionalisti dell’ultim’ora, grazie) di non andare a votare questo referendum.

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