The Erdogames

Quanto poco se ne parla, da noi, del ritorno del Sultano? Lo spazio dato sui nostri media alla (inattesa dai più) vittoria elettorale di Erdogan in Turchia è stato poco più di quello concesso ad un “forse non tutti sanno che”. E invece se ne dovrebbe parlare di più, del fatto che Erdogan ha vinto la sua scommessa, riconvocando, dopo solo 4 mesi, le stesse elezioni che lo avevano visto perdere sonoramente in giugno. Lo aveva fatto, per l’appunto, nella speranza di ribaltare quel risultato: ma non sono affatto sicuro che in questo caso di possa parlare di speranze e scommesse.

Siamo più nel campo delle profezie autoavveranti. Ma andiamo con ordine.

A giugno Erdogan perde le elezioni: non solo non raggiunge la maggioranza che gli servirebbe per modificare la costituzione e rendere la Turchia una repubblica presidenziale, ma neppure quella necessaria a formare un governo monocolore come era sempre riuscito a fare dal 2002 in poi. Di più: entra il parlamento, superando la pesante (10%) soglia di sbarramento, l’HDP, partito di estrazione curda sul quale si sono convogliate le simpatie anti Erdogan di frange della società turca non qualificabili etnicamente. Di lì in poi iniziano ad avvenire cose strane. O anche no, a dirla tutta.

I curdi non hanno neppure il tempo di festeggiare lo storico risultato elettorale che a metà luglio “capita” l’attentato di Suruc: decine di giovani militanti curdi (in partenza per portare aiuto a Kobane, in Siria) vengono ammazzati da un attentatore suicida, ricollegabile ad ambienti dell’estremismo (e del cosiddetto Stato) islamico. I curdi ritengono che la responsabilità dell’attentato debba essere ricondotta – in via diretta o indiretta – allo Stato Turco. E la reazione non si fa attendere né sul piano politico – Demirtas, leader dell’HDP accusa pubblicamente il Governo di non aver voluto impedire l’attentato – nè sul piano militare – il PKK riavvia la propria strategia di attentati alle forze militari turche. La reazione curda violenta è, evidentemente, infantile ed ingenua. Perché questo è proprio quello che attende (che spera?) Erdogan. Da mesi la Turchia osserva in silenzio quel che accade ai suoi confini, in Siria: ma solo ora invece ritiene opportuno intervenire per “fermare il terrorismo”.

Ed eccoci, a fine luglio, all’avvio della “guerra sincronizzata al terrorismo”: iniziano i bombardamenti contro lo Stato Islamico e, ca va sans dire, il PKK, con un’operazione militare che è anche un’operazione di comunicazione, volendo porre sullo stesso piano le due realtà. A dir la verità – come si dice di Putin, in effetti, in Siria – le bombe scaricate sui curdi pare che siano molte di più di quelle che raggiungono i militanti dell’ISIS. L’escalation porta ad ulteriore escalation da parte del PKK che continua con i propri attacchi. Questa è la situazione quando ad agosto, dopo aver fatto sceneggiare un breve e formale tentativo di grande coalizione, Erdogan riconvoca le elezioni: e sono di quei giorni un paio di attacchi terroristici di “estrema sinistra” che fanno poche vittime ad Istanbul ma moltissimo clamore anche all’estero.

Siamo al rush finale, ed Erdogan continua a giocare in modo spregiudicato tutte le sue carte. Dopo l’ennesimo attentato del PKK si arriva a dichiarare che la situazione di tensione che lacera il paese non vi sarebbe “se avessimo una maggioranza di 400 deputati”. Il principale quotidiano di opposizione osa accusare Erdogan di sciacallaggio: segue l’assalto al giornale da parte della folla e una specie di notte dei cristalli in cui “spontaneamente” le sedi dell’HDP (il partito curdo di opposizione) vengono attaccate e date alle fiamme in 400 attacchi in tutto il paese. In occidente di un avvenimento di tale importanza (e chiarisce molte cose sullo stato della democrazia turca) si parla poco, ma tant’è.
Non c’è tempo di elaborare oltre. L’11 ottobre un nuovo sanguinosissimo attentato: un centinaio di curdi muoiono in un esplosione ad un pacifico raduno curdo per la pace. Pare che insomma sia il destino dei Curdi quello di venir puniti sia se manifestano con mezzi violenti, sia se lo fanno in modo pacifico. Ancora una volta, la pista islamica è quella più quotata, anche se il governo da subito ipotizza addirittura matrici di estrema sinisitra o addirittura curde (!). Ma in effetti, a Erdogan non importa quale sia l’origine dell’attentato, perché in effetti dichiara che “non importa quale sia la sua origine, lo scopo o il nome: questo è un attacco alla nostra unità e alla pace nel nostro paese e noi siamo contro ogni atto di terrorismo e ogni organizzazione terroristica“.
Bisognerebbe sempre dubitare, in un momento di grande confusione, di chi inizia a dire che non è importante sapere chi è il colpevole: perché è evidente che non riuscire ad attribuire le colpe non è altro che un mezzo per aumentare la confusione ed il senso di insicurezza diffuso. Il sottotesto di Erdogan è molto chiaro: siamo attaccati da ogni parte, dallo stato islamico, dagli estremisti di sinistra e soprattutto dai dai Curdi, se non volete finire come la Siria, dovete seguire me. Non basta però il martellamento in questa direzione: bisogna anche tacitare chi non si dichiara convinto delle tesi del governo. E così se n’approfitta – mano a mano che ci avviciniamo alle elezione – per stringere la morsa sui media d’opposizione.

È così che si arriva alle elezioni del 1 novembre: questo il clima, questo il susseguirsi dei principali avvenimenti che hanno preceduto le elezioni; questa è l’azione – o l’inerzia – e la comunicazione di Erdogan. Quanto è evidente, la somiglianza con i nostri anni ’70 e la strategia della tensione: quando anche da noi non era necessario che le forze eversive all’interno delle istituzioni organizzassero direttamente gli attentati: bastava “lasciarli succedere”, non metter freno, assistere e al peggio poi inseguire una pista anarchica.

E il popolo turco, a quanto pare, ha abboccato allo stesso tipo di strategia: a fronte del crescente stato di tensione terroristica, sociale e politica, invece di incolpare un Presidente che o è incapace o è connivente, decide che è meglio pagare il riscatto a chi tiene la Turchia in ostaggio, e vota in massa il suo partito. Lì capisco eh: immagino che in Siria molti rimpiangano i tempi di Assad, non belli ma meno tragici.

E questo ci riporta alla domanda iniziale: perché si parla poco in generale di Erdogan e della Turchia, perché se ne parla poco soprattutto in relazione all’impennarsi di attività antidemocratiche nel paese e di un autoritarismo sempre più spinto in direzione putiniana? Perché il dilemma del popolo turco è lo stesso delle democrazie occidentali: meglio un filibustiere al governo o il dramma siriano, iracheno o libico?

Personalmente, forse a causa di quel residuo di ingenuità che mi è rimasto, sono d’accordo con chi pensa che questo dilemma sia una dicotomia strumentale e fallace.

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