Non tutti i cattivi sono uguali

Capita, sulla scena internazionale, di dover avere a che fare con qualche rogue state. E negli ultimi mesi è divenuta una circostanza ancor più attuale: l’accordo sul nucleare con l’Iran, l’ammorbidimento di alcuni paesi europei verso la Russia sulla questione ucraina, le inedite partnership anti-ISIS. Del resto, è un evenienza abbastanza inevitabile, se si vuol risolvere qualcosa nel mondo e non limitarsi a distribuire bombe o lezioni di democrazia e morale.

E però non è mica facile, capire quando è possibile o giusto interloquire con un cattivo e quando invece questo è impossibile o non è giusto: intendo, ovviamente, su un piano etico, a prescindere dai profili di garanzia, elezioni di mid term, necessità finanziaria ed insomma convenienza più o meno machiavellica.

Eppure credo fermamente che ci debba essere un criterio etico di fondo, nell’approccio con interlocutori che non praticano o manifestatamente non condividono i nostri valori o quantomeno quelli che riteniamo universali (e corrispondenti quantomeno ai cosiddetti “diritti umani”) .

È certo una questione difficile: e questo proprio perché il piano etico tendenzialmente risulta o bianco o nero, e non ammette eccezioni basate sulla mera utilità o efficacia. Tuttavia un metro che possa garantirci un approccio razionale ma comunque etico e coerente è utile. È innanzitutto un metro utile su un piano di maturità: perché impedisce di affidarsi al classico criterio (molto italiano) di pregiudizio ideologico, quello strano pseudoargomentare per cui una dittatura di destra sarebbe più deplorevole di una di sinistra, o viceversa, a seconda della propria parrocchia. Ma è soprattutto utile su un piano politico, perché consente di innalzare su un piano di coerenza ed etica le scelte di politica internazionale: così evitando – nel peggiore dei casi – di risultare un simpatico delinquente à la Frank Underwood o – nel migliore dei casi – di apparire un debole ondivago come l’Obama della propaganda repubblicana.

Insomma: perché trattare con l’Iran e non con Putin? Perché Assad non va bene e con Castro si può pensare ad un appeasement? Non calpestano tutti i più basilari valori di libertà e democrazia? Insomma: qual è, se c’è, il discrimine che – da un punto di vista non episodico e non utilitaristico – consente di distinguere il cattivo/cattivo dal cattivo/buono?
Penso, banalmente, che questo discrimine possa rinvenirsi in un giudizio prospettico sull’interlocutore: ovvero sulla progressione evolutiva (o, al contrario, involutiva) del quadro istituzionale/sociale del suo Stato, anche a prescindere da quanto sia, più o meno, canaglia. In questo senso, a me sembra razionale ed etico trattare con un interlocutore che – seppur ai nostri antipodi – mostra nell’attualità un’evoluzione positiva, ovvero un avvicinamento alle posizioni valoriali irrinunciabili, rispetto al suo punto di partenza. Al contrario, non mi sembra opportuno o giusto tendere la mano ad un soggetto che agisce peggiorando (con riferimento alle questioni di diritti) il contesto già poco condivisibile nel quale opera. In altre parole, davanti al brigante, mi pare corretto collaborare con chi migliora e, al contrario, fare il duro con chi peggiora.

L’Iran, per dire, sembra allo stato agire – sia dal punto di vista politico/istituzionale sia nella cosiddetta società civile – in una direzione migliorativa rispetto alle premesse poste nel 1979 o anche solo 5 anni fa. E questo ne fa un interlocutore positivo, a mio parere, anche sul piano etico: lo stesso può dirsi per Cuba, la cui evoluzione è lenta ma positiva. Non può dirsi lo stesso per Putin, vista la costante e minacciosa involuzione russa degli ultimi anni, e così è per Assad, il quale – dalle vette della “dittatura tranquilla” di qualche anno fa – è precipitato lì dove sta. Ed il metro può applicarsi a tanti altri. Quantomeno con le semplificazioni necessarie nel’applicazione di una idea elaborata in poche righe.

Quanto detto, ovviamente, non esclude né la validità di valutazioni di tipo episodico od opportunistico – che possono comunque indurre a trattare con i cattivi del mondo – né la possibilità che simili iniziative conducano alla risoluzione di qualcuno dei problemi di questo mondo. Spesso, anzi, si tratta di valutazioni o iniziative che sono dettate anch’esse da istanze latamente “morali” (la tutela della popolazione governata dal “cattivo”, il criterio del “male minore” et cetera).
Tuttavia, simili valutazioni rimangono sui (pur condivisibili) piani dell’efficacia (in questo senso pienamente machiavellico: si dimenticano i mezzi, quando ottieni il risultato) o dell’emergenza e nulla tolgono, per converso, al merito di una rotta costante, uniforme e definita sul piano etico.

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