La sindrome di Sparta

Dunque, Bibi ha vinto un’altra volta. Non due Stati per due Popoli ma due Popoli in un unico stato d’assedio. Perché è questo ciò che ha vinto alle elezioni israeliane: la paranoia della sicurezza e l’illusione che sia negando uno Stato ai Palestinesi (cioè negando quella stessa possibilità che a suo tempo è stata data agli Ebrei) o una tecnologia all’Iran (cioè negando quella stessa possibilità che a suo tempo è stata data ad Israele) che sarà garantita la sua sicurezza. Il che non è.

Continuare con la normale amministrazione Likud – tra l’altro nella personificazione francamente mediocre di Netanyahu (un uomo che nei due precedenti mandati, ad esser buoni, non ha dato prova di poter risolvere i problemi di Israele e che invece, ad esser cattivi, li ha semmai aggravati) – significa di fatto continuare a credere che solo la forza (militare) di veto sullo sviluppo degli altri potrà garantire la sopravvivenza di Israele.
Significa continuare a mantenere Israele (ma soprattutto gli Israeliani) in uno stato d’assedio continuo, in un bunker, isolato dal resto del mondo: in altre parole, postulare l’assioma che o Israele è uno Stato in guerra o semplicemente Israele non è. Negare ogni chance alla trattativa (perché di questo si tratta, stando ai proclami di Bibi) non significa affatto garantire la sicurezza al Paese ma impedire ad Israele di diventare uno Stato normale, mantenendolo in conflitto perenne: significa condannarlo ad una naja infinita. Che è poi quanto desiderano (e postulano) il Likud e i suoi amici (come questi geni che – professandosi amici di Israele – gli consigliano di dimenticarsi per sempre di poter vivere in pace: tutti bravi a fare gli Spartani, quando vivi ad Atene).

La cosa fastidiosa è che se trattare non garantisce affatto la pace ma almeno gli dà una possibilità (e del resto, non è che se avesse vinto il centro-sinistra il nuovo governo sarebbe uscito dal bunker a mani alzate: non a caso i commenti iraniani sono del tipo “per me pari sono”) smettere di trattare garantisce senz’altro la guerra. Guerra guerreggiata al fronte e guerra terroristica in casa. Intermittente ma costante, nella migliore delle ipotesi, così come è sempre stata negli ultimi anni. Ma in una condizione peggiore e ben più pericolosa prima di tutto per Israele – dato il Maelstrom in cui versa ora il Medio Oriente.

Del resto, questo hanno scelto gli Israeliani con il loro voto: questa è Sparta. E Sparta sia.

Inutile sottolineare la jattura per i Palestinesi. Mi sembra però che nel medio lungo termine una scelta simile sia contraddittoria anche solo nella prospettiva (conservatrice) di chi intende Israele come “Stato Ebraico”. E’ evidente, anche qualora lo si intenda ridimensionare, che un problema demografico in Israele e nei Territori esiste. Sia dentro Israele (né è una riprova, quantomeno psicologica, l’allarme lanciato ad urne aperte dallo stesso Netanyahu sulla sinistra che “stava portando a votare in massa gli arabi”) sia nei Territori (da cui la colonizzazione che Bibi porta avanti, che significa espulsione dei Palestinesi). In questo senso, è solo una massiccia e costante immigrazione dall’estero che potrebbe aiutare nel senso inverso. Ma chi mai emigrerà in Israele, se continuerà ad essere uno stato in perenne conflitto, dove la sicurezza è una cambiale scaduta che il Governo tenta ogni volta di rinegoziare lasciando tutto come sta? E sì che è proprio Bibi che ha invitato gli ebrei europei a ritornare nella Terra promessa per difendersi dalle violenze (il che ci dice qualcosa sui riflessi condizionati anche da questioni demografiche). Fuggire in Israele per stare più sicuri? Solo un ultraortodosso potrebbe farlo: e – ironia della sorte – manco vogliono fare il militare. Gli stessi partiti ultraortodossi che sosterranno il governo di Netanyahu, che foraggia la guerra. Vedi alle volte, i circoli viziosi.

Come in un nuovo circolo vizioso siamo oggi, dopo queste elezioni. E mi spiace innanzitutto per Israele, anche tentando di vederlo dalla sua prospettiva, anche sapendo che l’Iran non è Biancaneve e pur prendendo atto che la leadership palestinese fa pena e fa pena da anni. La difficoltà di trovare un interlocutore credibile non è un buon argomento per abbandonare un atteggiamento di disponibilità alla trattativa (che significa: a fare concessioni). È triste che Israele stia scegliendo di chiudersi nelle sue mura, affidandosi a quell’ometto grigio e rancoroso: la speranza è che attenda almeno un presidente repubblicano in USA prima di mettersi a fare il Leonida.

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