Quand’è che basta?

Per chi non è a priori contro il ricorso alla violenza, non è mai facile individuare i casi in cui la violenza sia legittima e debba essere esercitata o seriamente minacciata. Non si tratta infatti di una scelta astratta e che risponde a regole ferree, ma di una scelta che deve scontare in ogni santissima occasione il penoso esercizio dello studio e della comprensione della vicenda specifica, della valutazione delle alternative possibili, passate e realistiche nel caso in questione, della prognosi sugli effetti delle eventuale ricorso alla violenza o del seguito che venga dato alla sua minaccia. Un esercizio di complessità proporzionale alla coscienziosità della scelta. (Per chi come me lo fa dal divano di casa, certo, è tutto un po’ meno difficile).

E questo tipo di analisi serve ancor di più quando – tra i tanti criteri che possono risultare idonei a vestire di legittimità la violenza – si sceglie (come spesso faccio io) quello della extrema ratio – intesa come possibilità che viene data solo in assenza di diversi strumenti o alternative, una volta che tutti quelli di analoga efficacia (seppur meno economici e/o meno rapidi) siano già testati inutilmente nello specifico caso. Ma proprio perché il criterio dell’extrema ratio prevede il previo esperimento delle alternative possibili, il problema si riduce spesso e volentieri a dover rispondere alla domanda diretta: “quand’è che basta?” (qui avevo ciceronizzato in parte anche su Assad, ad esempio, qualche tempo fa).

Tutta questa pippa insomma per arrivare (o tornare, visto che è spesso protagonista in questo slowblog) a Putin. Non è che non abbiam cercato di coinvolgerlo o lo abbiamo isolato. La possibilità di un reale “parternariato strategico” (per usare le parole della Mogherini) sono state date, anche a costo di nascondere sotto il tappeto, nel tempo, parecchia immondizia.

Non siamo stati mai durissimi con lui. Anzi. Gli abbiamo dato le chiavi del nostro approvvigionamento energetico, gli abbiamo consegnato un ruolo alla pari nel consesso occidentale, gli abbiamo consentito di reprimere sistematicamente ogni vera opposizione, lo abbiamo silenziosamente osservato mentre faceva “regnare l’ordine” a Grozny, abbiamo sorriso del suo succedere a se stesso, abbiamo approfittato dello shopping dei suoi amichetti nelle nostre capitali. Fin qui sul versante interno ed economico. Lo stesso sul versante esterno: gli abbiamo lasciato destabilizzare la Georgia, ricattare la Moldavia, ingoiare la Crimea.

Quand’è che basta? Non basta? Probabilmente basta.

Basta perché siamo di fronte ad un costante peggioramento del contesto internazionale. Basta soprattutto perché l’amico Vlad sta prendendo gusto ad uno sport che era ormai fortunatamente desueto, quello della modifica dei confini sulla pretesa che vi siano compatrioti oltre confine. A chi tocca la prossima volta? (C’è un buon quarto della popolazione lettone che è di etnia russa, tanto per dire). E chi l’ha detto che debba essere la Russia o Putin? Le modifiche costituzionali di Orban in Ungheria, per esempio, vanno proprio in quella direzione.

Se non per limitare genericamente la tracotanza putiniana, basta va detto anche solo per chiarire che il criterio della nazionalità etnica non è un criterio che sarà mai, in sede internazionale, tollerato nella modifica espansiva dei confini e che la comunità internazionale (o quantomeno quella occidentale) difenderà il principio anche con la forza. In fin dei conti così è stato, giustamente, nel recente passato: e la Bosnia e la sua difficile esistenza rappresentano un prezzo, molto alto, che si sta pagando tuttora per affermare questo principio.

E questo “basta”, ahimè, dovremmo comunicarlo probabilmente approntando seria contromisure di tipo militare. Ovviamente sul piano della realistica minaccia o indiretto, sperando che non serva altro, ma essendo pronti ad affrontarlo. Siamo sicuri che tutto questo porterebbero ad una escalation? Senza dover scomodare la Crisi di Cuba, la non-più-sovietica-Russia (anche se erano ben altri tempi e all’epoca la leadership putiniana stava solo per iniziare il suo lungo corso) non spinse bottoni rossi per il Kosovo, a suo tempo. Da allora, tuttavia, s’è invertita la rotta e abbiamo continuato a nutrire la bestia, consentendole ogni piccolo, successivo, passo: sempre più ardito, sempre più in là.

E torniamo quindi alla violenza ed alla sua reale minaccia: nessuno ovviamente vuole morire per Donetsk. Nessuno vuole una guerra europea, diretta o per procura. Si devono percorrere tutte le strade alternative, ma ne abbiamo già percorse parecchie, e da anni, chiudendo gli occhi su tanti abusi e lasciando calpestare i più basilari principi e valori.

Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”. Suonano familiari le ottime parole di Churchill? Sarà opportuno ricordarsi che furono dette a proposito della politica dell’appeasement, in ossequio alla quale si consegnarono a Hitler i Sudeti, rivendicati proprio perché a maggioranza tedesca. Pochi mesi dopo si prese l’intera Boemia-Moravia e pochi mesi dopo ancora sappiamo com’è finita.

(dopo sto post mi sento però un po’ Giulianone Ferrara. E non è una bella sensazione)

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