Stessa rabbia stesse pare

Questo post sarà più banale e meno sagace del solito (non che di solito, a dirla tutta…) perché parla di una cosa banale e poco sagace: la strategia israeliana nei confronti dei palestinesi nell’ultimo quindicennio. Fatta la tara delle polemiche faziose e preconcette, rimanendo ai fatti, è una strategia disarmante.

È davvero disarmante. Lo è nella sua inutilità (se non nel suo esser controproducente), nella sua pervicacia e nel suo costo in termini di vite umane e distruzioni materiali. Scudo difensivo (2002), Piogge estive (2006), Nuvole autunnali (2006), Inverno caldo (2008), Piombo fuso (2009), Pilastro di difesa (2012), Margine protettivo (2014): sono i tanti nomi della stessa operazione che l’esercito (e il governo) israeliano si ostina a ripetere a cadenza quasi biennale dal 2002 ai nostri giorni.

È la stessa operazione, ogni volta: cambia nome ma è sempre la stessa (dopo il poetico periodo meteorologico del 2006-2008, più di recente l’ufficio operazioni della IDF è ritornato a ricollocarla nell’originario binario lessicale legato al concetto di difesa, anche se in quella in corso si è finiti quasi su un versante anticoncezionale, direi) .

Vado, spacco tutto, torno a casa.

È identica l’operazione, è identico il risultato: nullo. I palestinesi vengono castigati ma la violenza ed il terrore non vengono estirpati (del resto estirpare la gramigna seminando la gramigna è sempre un po’ difficile) e ritornano uguali: tempo solo di riorganizzarsi e son più forti di prima.

Il concetto dovrebbe esser chiaro anche ai governanti israeliani, visto che ogni paio d’anni bisogna rifarla identica, ‘sta cacchio di operazione. Non funziona. Eppure, avanti così, a grande richiesta si replica sul palcoscenico di Gaza, di Ramallah, di Rafah. Non funziona. O meglio, funziona nel migliore dei casi per un tot di mesi, poi bisogna rimettersi all’opera, laboriose formichine della guerra.

Stupidi non sono, ovviamente, gli Israeliani: ma allora? E’ una questione forse più ampia e complessa che ha a che fare anche con la sclerosi di una politica che non sa rinnovarsi e che tenta (reiteratamente) di rispondere a problemi nuovi con soluzioni vecchie. Ma che non funzionano più.

La dirigenza israeliana che oggi guida il paese è infatti figlia, se non effettivamente subalterna (avendo servito sotto il loro comando – vedi Barak ma in parte pure Netanyahu, di ben più augusto fratello) di gente come Sharon, Rabin ecc., ovvero dei massimi comandanti militari che, a più riprese, han bastonato gli arabi in guerre convenzionali, eliminando alla radice le minacce “tradizionali” alla vita di Israele. Minacce per l’appunto di tipo “tradizionale”, ovvero portate da una nazione con un governo ed un esercito regolare. Egitto, Siria, Giordania e compagnia perdente. Si tratta di una strategia “classica” – l’ultimo esempio, ed il più alto, in effetti, di guerra tradizionale tra eserciti tradizionali. Una strategia che si è ripetutamente rivelata vincente: nel 48, nel 67, nel 73 (meno nell’82, ed in effetti il Libano era già uno stato “liquido”, all’epoca).

Epperò siamo nel 2014.

Chi governa Israele si è formato in questa mentalità, prodotta dalla guerra “simmetrica”. Carri contro carri, aerei contro aerei, fanti contro fanti. E proprio per questo continua a proporre la stessa soluzione. Ma contro i carri, contro gli aerei, contro i fanti dell’IDF non ci sono più (ormai) carri, aerei, fanti. C’è una massa informe di civili, di politici con scarsi poteri reali, di fazioni islamiche, di movimenti politici, di terroristi veri e propri e soprattutto una montagna di profughi senza domani alcuno. Senza nulla da perdere. Contro questo informe nemico hai voglia a invocare istanze di sicurezza e protezione, hai voglia ad invadere con mezzi supertecnologici e la sapientissima ars militare di Tsahal. Ma ciononostante gli Israeliani continuano. E sbattono la capoccia, coi razzi Qassam che la settimana dopo che i carri han evacuato la Striscia riprendono come prima.

In buona sostanza, è inutile chiamare l’idraulico di Tsahal ogni due anni: è la dirigenza politica che deve decidere di cambiare l’impianto che è vecchio e non funzionerà mai più a dovere. E’ un impianto strategico che ha fatto il suo tempo, roba da anni ’60, nato e cresciuto per problemi che si sono evoluti molto di più della tradizionale risposta israeliana. Di fronte non c’è più un esercito regolare con uno Stato regolare alle spalle, ma una prospettiva di lotta asimmetrica che dalla violenza “tradizionale” degli eserciti di tipo occidentale trae solo nuovi argomenti, nuova forza e nuove reclute. Con buona pace dell’ennesimo tentativo di Israele di “estirpare Hamas” dalla Striscia.

Del resto, Israele non è solo nell’affrontare questa sfida, che è di proporzioni storiche e globali. Si tratta di un problema che riguarda dinamiche ben più ampie di quelle arabo-israeliane e che deriva dalla attuale incapacità dell’Occidente di elaborare una strategia nuova rispetto a problemi nuovi. Ed un problema nuovo è proprio quello del “conflitto asimmetrico”. Citofonare G.W. Bush, per intendersi. Lo sanno bene infatti gli Americani, che per lo stesso problema, dopo le tragedie irachena e afgana (tuttora in triste corso) non sono ancora riusciti a formulare una soluzione che, in alternativa all’invasione tradizionale, vada al di là dell’utilizzo dei droni.

Insomma, è una strategia vecchia, non funziona più, si dovrebbe (ed in senso più ampio, dovremmo) avere il coraggio di dirlo e di trovare una nuova strategia, un nuovo discorso, nuovi argomenti, nuove contromisure.

E prima la leadership israeliana lo capisce meglio è per tutti, Israeliani in primis. Poi i Palestinesi, si sa, possono pure morire come mosche, son tanti e ce ne frega poco.

 

 

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