La malattia senile della sinistra

Iniziamo con un approccio da temino di terza media. Il frazionismo è sempre stata una tara della sinistra italiana: anche se ci piace spesso ricordare il “più grande partito comunista d’Europa” ci dimentichiamo di quelli del manifesto, di democrazia proletaria, di lotta continua e di altre innumerevoli esperienze minoritarie che ci sono sempre state “a sinistra della sinistra”. Ma per l’appunto, in questi casi, la frazione si formava, o si staccava, rispetto a un qualcosa di grande – come avvenne quando chiuse i battenti il PCI e Rifondazione prese una strada diversa dal PDS.

Ed in effetti ricordo con quale liceale felicità, nel 1996, inneggiai – ed ancora non votavo – all’8,5% che Rifondazione prese alle elezioni. Era l’epoca della desistenza, dell’Ulivo, di Bertinotti: una primavera che finì presto, con la caduta di Prodi, il Governo d’Alema e la prima della miriade di scissioni a venire, quella – all’epoca – di Cossutta e Diliberto.

Si trattava però di un frazionismo di tipo nuovo, mirante a scindere non il grande, ma il piccolo. Un frazionismo piccolo piccolo.

Fu la prima di queste esperienze perché poi venne SEL che si staccò da Rifondazione, Rizzo che si staccò non mi ricordo manco più da chi e per far che, la lista di Ingroia che nata da soggetti scissionisti di sinistra non riuscì a scindersi successivamente solo perché non campò il tempo sufficiente. E non parliamo dei trozkisti. Robe che ti viene un embolo solo ad elencarne la successione temporale (oltre che un certo imbarazzo nell’accorgersi che te ne ricordi bene, scoprendo che in fin dei conti te ne è evidentemente sempre importato, anche se fa davvero ridere, o piangere, a seconda).

Ed oggi siam sempre qui, con Fava e Migliore che salutano Vendola: e con piena ragione si sprecano le battute sulla fissione nucleare. Una malattia che ritorna, endemica: epperò a me sembra, per una volta, una malattia senile.

Sì perché davvero mi chiedo se questa (ennesima) tragicommedia della sinistra più a sinistra non stia ad indicare una volta di più la fine di una esperienza politica più ampliamente intesa e di una funzione storica e sociale. Che senso ha oggi un partitino di sinistra – SEL, oggi, ma domani toccherà ad un altro – tendenzialmente settario (poiché minoritario ed estremista) e che aspira, nella migliore delle ipotesi, a una qualche forma di testimonianza politica e sociale o che semplicemente, nella peggiore, attende una ulteriore scissione – alla prima occasione in cui qualcuno si sarà stancato di chiacchierare soltanto – tra puri, più puri e purissimi? Ha una ragione d’essere oggi un partito di sinistra-sinistra? È nell’interesse delle classi disagiate la sua esistenza? O piuttosto è un utile alibi per non fare nulla ma sentirsi “giusti”?
Inizio a pensare infatti che il compito della sinistra sia quello di battersi dentro un partito più grande (possibilmente senza scinderlo, grazie, sennò riniziamo da capo) composto non solo da trozkisti – e dunque sì, cazzo, compromettendosi in parte. Un soggetto all’interno del quale siano condivise le prospettive valoriali minime e nel contesto del quale si possa fare qualcosa di sinistra, orientare le politiche verso scelte più progressiste. E senza ovviamente finire con “o si fa così, o me ne vado e fondo un altro partito”.

Una scelta difficile, certo, sangue e merda, certo, tocca parlare con cattolici e imprenditori, certo. Ma mi sembra davvero che per poter incidere – nell’attuale contesto politico – sia necessario far parte di qualcosa di più grande, e non stare solo lì a criticare e guardare, fermi ancora dall’altra parte del muro (ormai) della berlina. Perché lasciare forze di sinistra fuori dal gioco, a berciare contro tutti (e ormai tra l’altro sto ruolo è stato efficacemente sottratto dai grillini) anziché farle contare di più all’interno di un partito più grande, dove c’è già gente che combatte, in buona parte, le stesse battaglie?

Mi fa sorridere che tutto questo stia accadendo ora proprio a Vendola, che di fatto è la dimostrazione che si può portare avanti e far prevalere una linea più di sinistra anche nel corpaccione di un soggetto politico più ampio: lo so che ora pensate solo all’Ilva, ma io me lo ricordo bene cosa ha significato, solo 10 anni fa, l’elezione di un comunista omossessuale a governatore di una grande regione del Sud.

Insomma: assomigliare un po’ a Civati? Dare una svolta yankee alle nostre formazioni politiche tradizionali? forse. Del resto quel che s’è visto fin qui non mi pare abbia comunque portato alla collettivizzazione dei mezzi di produzione, mia cara sinistra-sinistra: dunque una strada più efficace ed incisiva serve, nell’interesse di chi sta peggio. Diversamente potremo continuare a compatire chi non ce la fa e a lamentare l’ingiustizia di questa società, al calduccio del nostro salotto: in una mano un buon brandy, nell’altra l’ultimo saggio di Piketty.

 

PS. Ad onor del vero, quella del frazionismo piccolo piccolo non è solo una storia italiana, però. Ricordo ancora le matte risate quando vidi le liste per le elezioni francesi del 2007, con tipo 4-5 diversi partiti comunisti rivoluzionari operaisti trozkisti. Vinse la destra, ca va sans dire.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: