Lezioni vecchie e nuove

I fatti di Kiev potrebbero ricordare molte pagine di storia contemporanea – più o meno recenti: e sarebbe utile, soprattutto per chi vuole favorire il cambiamento, trarne qualche insegnamento.

La prima lezione, quella più vecchia, è quella etnica: e vale anche per l’Ucraina. Sì, perché il paese non è solo politicamente diviso: lo è anche etno-linguisticamente. A un ovest ucraino “arancione” e filo-europeo, infatti, sembra contrapporsi un sud-est (Crimea inclusa, regalo a suo tempo di Krusciov) russofono (ed in parte di etnia russa), che si ispira ai modi ed alle direttive che provengono da Mosca.

Questa lettura “etnica” dello scontro è ovviamente una semplificazione, e probabilmente la divisione non è così netta – ci saranno pure ucraini di etnia russa che guardano all’Europa: non tutti a Mosca, del resto, amano Putin – ma senz’altro la questione delle minoranze etnico-linguistiche può rappresentare un’incognita (e un innesco) di tutta rilevanza. Del resto i risultati elettorali più recenti parlano chiaramente di questa divisione. Allo stato, questo tipo di degenerazione sembra lontano da Kiev, ma il precipitare degli eventi potrebbe farlo presto rientrare all’ordine del giorno.

Di qui la prima lezione: evitare di colorare etnicamente lo scontro politico. Non tanto per evitare un esito balcanico, col suo contorno di nefandezze (che in Ucraina non mi pare possibile: anche se è ben vero che in Jugoslavia le istanze di tipo etnico, benché fin da subito evidenti, divennero esclusivamente tali dopo più di un decennio di discussioni sulle riforme necessarie alla sopravvivenza politica – prima ancora che alla convivenza etnica – dello stato federale) quanto per evitare una soluzione georgiana. Ovvero assistere ad una rivoluzione arancione originata dalla legittima aspirazione ad avvicinarsi all’Occidente e finita con la secessione di fatto delle aree a maggioranza russa – con tanto di guerra lampo putiniana.

Una lezione più nuova (anche se vecchia come il mondo), invece, ci viene dalle primavere arabe (Libia ed Egitto in primis) e in questo caso gli alunni più attenti dovrebbero essere gli stessi ucraini. Si tratta di ricordare che un’opposizione il cui unico fine è quello di abbattere il sistema/la persona non va lontano, anzi, tende ad implodere su se stessa non appena il cattivo esce di scena e finisce vittima di se stessa, preda di settarismi sanguinosi poco meno di quelli etnici. Con il risultato di portare ad un gorgo di instabilità e violenza che rimanda unanimemente all’adagio secondo cui “si stava meglio quando si stava peggio”.

La lezione più recente, infine (e questa vale sia per noi che osserviamo da fuori sia per chi ora sta a Kiev) è quella dettata dalla Siria: la variante degenere – e impazzita – delle primavere arabe. Ci dice che è difficile scalzare i cattivi, ma è molto più difficile farlo se questi ultimi sono supportati da una potente manina estera. Ovviamente, è solo un caso che anche in Siria si tratti di una manina russa (come anche di una iraniana): ma è un fatto che questo tipo di scontri “interni” ai singoli paesi stia diventando il nuovo terreno di confronto per potenze che ricercano nuovamente (o ex novo) uno status internazionale riconosciuto – ed una corona di paesi satelliti a rappresentarne plasticamente l’influenza.

Dall’atteggiamento europeo – che deplora e sta a guardare – a quello orientale – che invece, pur silenziosamente, non sta senz’altro a guardare – non mi sembra di poter intravvedere tanta voglia di imparare (per l’Occidente) o di ravvedersi (per la Russia). Né mi pare – dalla degenerazione che sta prendendo la rivolta di piazza, passata dalle entusiasmanti campagne elettorali arancioni ai fuochi di copertoni à la forconi – che i cittadini ucraini abbiano inteso mettere a frutto gli errori altrui, preparando una razionale piattaforma comune d’opposizione.

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