To bomb or not to bomb

È da mesi che tento di scrivere qualcosa su quel che accade nel Grande Medio Oriente. Davvero. Solo che poi appena provo a mettermi su un argomento – tac – succede qualcos’altro che lo supera, per violenza e attualità. È successo così per le elezioni in Iran, e m’è arrivato Gezi Park; faccio per mettermi sulla Turchia e – zac – mi si rincazza l’Egitto, provo a snocciolare qualcosa sulle rive del Nilo e – bum – ora mi vogliono bombardare la Siria. Ecchecavolo, come si fa a fare slowblogging su un’area del genere? Davvero oggi, per il Medio Oriente, potrebbe valere la classica citazione churchilliana sui Balcani: produce più storia di quanta ne possa digerire.

E dunque eccomi qua, forzandomi a stare sul pezzo. E mi tocca quindi riscrivere della Siria (guarda caso, quella volta si parlò proprio di armi chimiche), lì dove ora – per qualche settimana – s’è fermata la bussola dell’attenzione. Ma Iran, Turchia e Egitto, state accorti, siete i primi della lista, e prima o poi vi tocca una mia predica (sempre che – se si va alla guerra – non ci finiscano dentro pure loro).
Dunque, la Siria.

Al primo anno dell’università – sì, la sto prendendo larghissima – frequentavo una sezione della sinistra giovanile (è stata la mia unica esperienza politica diretta: una cosa strana, in un paesotto veneto. Tipo andare a messa in Arabia: era una specie di riserva indiana, ma la cosa non mi disturbava, anzi). Ricordo che già sopportavo con difficoltà il governo D’Alema e il ben servito a Prodi. Quando il Baffino Nazionale mandò gli aerei in Kosovo, salutai la sezione: ritratto di Ho chi Min nella stanza o meno (giuro, c’era. E ci si chiamava ancora compagni, giuro. Era il 1999, incredibile) non avevo intenzione di avvallare bombardamenti unilaterali.
Detto fra noi, spesso ripenso a quell’addio. E col tempo invece ho cambiato idea. Sia visti i risultati, sia approfondendo nel tempo cosa avevamo lasciato succedere nei 6-7 anni precedenti in Jugoslavia, finché non s’era deciso di bombardare. Bombardare non risolve, in linea generale: ma in alcuni casi invece sì (Kosovo e l’assedio di Sarajevo sono giusto un paio di esempi).

Ora: e in Siria? Non ho certezze. Capisco tuttavia che un segno, rispetto all’utilizzo di armi chimiche, debba essere dato. Che ci possano essere comunque dei limiti che non devono e non possono essere superati. (L’avessimo capito prima in Jugoslavia, per dire). Che bombardare possa risolvere poi il conflitto, o attenuarne la tensione, è tutta un’altra storia. Quando fu per il Kosovo, la cosa funzionò perché c’era un interlocutore abbastanza saldo, lo Stato serbo. Ma qui ed ora, in Siria, a chi gli mettiamo seriamente paura? E, se gli mettiamo paura, Assad ha il potere di abbassare la temperatura? Non credo. Rimane però il segno (costoso, anche in termini di vittime collaterali) che deve darsi. Che la comunità internazionale non può e non intende assistere in silenzio. Deterrenza, più che risoluzione del conflitto. Non so. Per di più, il collaterale (ma non accessorio) depotenziamento dell’arsenale NBC in libera uscita in Siria non mi sembra un obiettivo poi così poco importante. In questo senso il non sapere se sia stato Assad o i ribelli ad usarlo, il gas, non è di impedimento: anzi, è proprio perché siamo arrivati al punto che manco riusciamo a stabilire chi è stato ad usarlo, che è il caso di intervenire.

Poi vedo Cameron che mi scimmiotta la Maggie delle Falklands e un po’ mi deprimo. Vedo Obama che a casa prima gli dicono che è un femminiello perché non bomba mezzo mondo, poi che è una cattivone perché intende bombare la Siria. E so e capisco che le cose all’estero si fanno anche per l’interno. Però in testa mi rimane che qualcosa dobbiamo fare. Non per portare la democrazia, che dovranno cercarsi da soli. Non per rimuovere Assad, che per lungo tempo è stato garanzia di tranquillità, anche se oggi non lo è più (ma non lo era anche Mubarak? Non lo era Gheddafi?).

Ma più semplicemente per dire NO.

Un tomahawk può avere senso, in questa prospettiva? Boh. Ma cos’altro possiamo fare? Invadere tipo Iraq ed insegnargli a fare i bravi bambini? Maddai!
E allora “pressione dell’ONU”? Tentare la via diplomatica (ma son passati mesi di stallo) della comunità internazionale che dovrebbe frapporsi uno corde nonostante la Nuova Politica Estera putiniana? Anche se ci riuscissimo (e non ci credo) sarebbe il caso di ricordarsi dell’artificiere casco blu di “no man’s land” (ecco, così ritorniamo da dove ho iniziato, do una forma circolare al post e sono felice).

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Un Commento

  1. se era il primo anno di univ, non era il 1999. ma è l’unico punto di tutto il post in cui ho abbastanza competenza per intervenire. per il resto, leggo e imparo. anche se la pancia e l’anno da obiettore continuano a dirmi che la guerra sempre guerra è….
    fantastico il tag “predica”, comunque,

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