Quousque tandem, Bashar?

La situazione in Siria peggiora. Inizia a coinvolgere militarmente – dopo averli già interessati con i profughi – i paesi confinanti: prima la Turchia (l’aereo abbattuto), oggi la Giordania (scontri di confine). Frattanto, lo stillicidio di morti – piccole (ammesso che – umanamente – un body count, in quanto tale, possa definirsi in termini quantitativi) ma costanti quantità – le proteste, gli assedi cittadini (Homs, poi Damasco, ora Aleppo) continuano e crescono, interessando sempre più vaste aree del paese.

Ovviamente, il blocco che già avevamo visto in azione – con molta meno verve e rigidità – con la Libia (Russi e Cinesi ad inarcare il sopracciglio), è tornato in auge: e siam qui, ad osservare il battibeccarsi delle potenze su cosa bisogna fare in Siria. Se consentirgli o meno di ammazzarsi eccetera. Film già visto, inutile sproloquiare in analisi sul bilancio delle potenze, sugli interessi militari ed economici, sulle affinità ideologiche.

Inutile, sotto altro aspetto, sottolineare come Assad – con le sue credenziali da englishman in Damascus – sia comunque andato bene anche all’Occidente per molti e proficui anni di tranquillità (ne più né meno che un Mubarak, un Saddam tanto tempo fa etc.).

E si potrebbe disquisire anche di chi ha fomentato le rivolte quando invece, forse, poteva moderarle, chi ha dato aiuti, chi le armi, chi la propaganda e chi non ha voluto una transizione “tranquilla” del paese, che – ormai circondato da un mondo cambiato – poteva anch’esso cambiare senza dover per forza passare per i centri di tortura, gli elicotteri d’assalto, le migliaia di profughi e via capitombolando giù.

Ora, adesso, siamo qua. Assad non sembra aver capito. Ha anche avuto le sue occasioni, una successione tranquilla, una faccia buona, il tempo di osservare gli altri califfi andare a fondo in serie. Ma non ha capito, o non ha voluto capire o insomma comunque non è stato capace di inventarsi una vera, per quanto complessa, transizione (come avrebbe potuto e dovuto fare uno statista). Me lo figuravo più bravo e flessibile, l’oftalmologo londinese. Ma anche al di là dei profili de propaganda democratia, se non riesce a mantenere l’ordine a casa sua, non serve più nè all’Oriente nè all’Occidente. E non è neppure in grado di farlo col ferro e col fuoco, a quanto pare.

Nessuno s’aspettava Abramo Lincoln, ma non è neppure un Wallestein.

Ora siamo al baratro e tre lezioni – ciascuna diversa ma ciascuna con simile esito – non sono ancora servite, a quanto pare. L’avvenire, a meno di grosse sorprese, in qualche modo è segnato: è solo la conta dei morti, che cambierà.

Solo questa riflessione già ora basterebbe per intervenire più incisivamente, come comunità internazionale, nel paese. Non so in che modo, ovviamente bombardare i lealisti è sempre l’opzione più comoda. Certo, ormai che abbiamo quantomeno contribuito ad iniziare il gioco (avvallando e dando ampio sostegno alle altre rivoluzioni, per non parlare del probabile sostegno sotterraneo a quella siriana: oh, non sto dicendo che abbiamo sbagliato, eh!), non possiamo permetterci di assistere a quanto sta succedendo. Semmai non dovevamo permettere che succedesse, ma adesso che abbiamo gettato benzina, non possiamo far finta che noi non c’entriamo nulla ed osservare il falò da lontano. Non solamente a difesa di chi ci sta bruciando, nell’incendio (senza contare cosa avverrà dopo, finita la pax baathiana, tra i vari gruppi religiosi) ma anche solo per una ragione di realpolitik.

Certo, in Siria non c’è il petrolio come in Libia, lo capisco. Ma c’è dell’altro. Armi chimiche – dicono. E questo, se non i diritti umani, è un interesse che dovrebbe spingere tutte le potenze – anche il blocco sino/russo – ad una certa prudenza, rapidità e precisione rispetto alla testa del toro. Non tanto – nell’ottica occidentale – perché Assad potrebbe usarle contro i suoi concittadini (ahimè, ce ne frega davvero poco, qua il problema è lo spread, o tutt’al più la possibile distruzione del patrimonio artistico) ma perché, se Assad non controlla più il paese, sta roba dove va? Difficile (ma possibile) farla arrivare negli States, più facile in Europa, da ragazzi raggiungere il Caucaso.

Quindi qualcuno dovrebbe farci un pensierino in più, a mio modesto parere. Far finire queste sostanze nelle mani di gruppi o gruppuscoli islamici estremisti – i più acerrimi nemici degli Assad: questo, paradossalmente, potrebbe davvero essere l’ultimo regalino dell’oftalmologo all’Occidente.

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  1. Al momento i Saud mandano miliziani, e gli americani fucili e lanciagranate. E si va avanti così, in mezzo a quello che sembra ormai un delirio balcanico. Sarà anche vero che Assad non può più restare, ma una volta sparito non lascerà dietro di sé il giardino dell’Eden. Il vicino Libano è lì a ricordarlo.

    Imbarazzante la pulizia etnica attuata dai “ribelli” attorno a Homs, contro i cristiani. Tempi bui.

  2. Pingback: Quand’è che basta? | A beira de

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