Aeroplani italiani

Non è che mi intenda di questioni di difesa (ma il disclaimer potrebbe funzionare all’avvio di uno qualsiasi dei miei post): devo però dire che – sull’onda delle polemiche NO-F35 – sono andato ad informarmi un po’ sul web. È difficile trovare qualcuno che sostenga la scelta del governo di confermare l’acquisto di 90 cacciabombardieri, e di questi specifici modelli, ed in questi specialissimi tempi.

Gli articoli risalgono quasi tutti all’inizio dell’anno, quando scoppiò la polemica ed ora c’è un rigurgito grazie al recente articolo di Socci, che chiedere di mettere medicine nei nostri cannoni. Il discorso mi intriga e forse ci vorrebbe un po’ più di buonsenso e meno ideologia (siamo passati dal pacifismo all’economicismo, ma sempre di ideologia si tratta).

Affronterò il tema astraendomi dalla questione a monte (se ha senso avere delle forze armate adeguate, efficienti ed aggiornate come viatico per un peso internazionale e quale mezzo necessario per la partecipazione alle missioni all’estero): questione che è ben più complessa e sulla quale ho ovviamente grandi incertezze.

Quanto alla questione a valle – ammesso e non concesso, quindi, che dobbiamo avere un esercito e dobbiamo averlo efficiente per gli usi e gli impegni che abbiamo e che si profilano – di base c’è da dire questo, che l’affare è finalizzato a sostituire – gradualmente, dal 2018 fino a ben oltre il 2020 (fino a quando non si capisce bene, nelle varie versioni dei fatti presenti in giro) – i nostri cacciabombardieri che verranno ad obsolescenza nel prossimo futuro (i più recenti andrebbero fuori gioco nel 2025).

Di fatto, questa spesa avviene nel quadro di un ridimensionamento quantitativo tendenziale ed ormai quasi ventennale dell’aereonautica, che dagli anni 90 in poi, per sostituire più di 200 caccia (F16, Tornado ADV, F104) ha comprato 96 Eurofighter (partendo da una previsione iniziale, poi ridotta, di ca 160) e che per quanto riguarda i cacciabombardieri, passa da circa 160 di oggi (AMX, i leggeri, Tornado IDS, i pesanti, Harrier, per la portaerei) a 90 nuovi F35 (ridotti dai 131 dell’ordine iniziale). È una tendenza (alta qualità e basso numero) che va nella direzione, più efficiente, inversa rispetto a quanto sempre accaduto nel dopoguerra, epoca in cui rastrellavamo in gran numero modelli già obsoleti dagli USA, rimodernandoli.

Dunque: ‘sti aerei vanno cambiati sì o no? A fronte di questa scelta (maturata in più di un decennio, a partire dal governo D’Alema, per dire di che tempi e costi han queste scelte e confermata da tutti i governi rossi, neri, bianchi o verdi) vi sono vari tipi di critici.

Un primo tipo di critico della scelta è un economista dell’ultim’ora (ormai lo siamo tutti): dice no, non vanno cambiati, c’è la crisi, teniamoci quel che abbiamo, chissenestraciccia di avere una Ferrari nell’hangar, quando sarà finita la crisi ci ripensiamo, teniamoci le nostre Trabant che comunque fino a casa ci han sempre riportato.

Beh, innanzitutto va detto che comprare aerei non è come scendere dal tabaccaio a chiedere un pacchetto di sigarette. È una cosa che richiede anni. È una scelta che tu fai ora, ovviamente, ma dalla quale difficilmente torni indietro in tempo utile (nel senso, se ti serviranno dei cacciabombardieri non lo scopri con qualche anno d’anticipo). A questo va aggiunto che – ripeto, io non sono un tecnico, ma – obsolescenza, per un aereo più o meno supersonico, non significa solo che “se combattesse” avrebbe la peggio perché gli altri hanno aerei e sistemi d’arma “più moderni”: significa pericolo in sé, ovvero che di fatto diviene – per gli standard di sicurezza cui siamo abituati – inservibile, ovvero che non può più volare (del resto non è un auto, di 20 anni, che ti lascia a piedi, la ripari, riparti fino al nuovo guasto).

Certo, l’aviazione angolana c’ha ancora i MIG 21, ma questo non è un buon argomento.

Sempre sotto l’aspetto economico, va anche sottolineato che una ulteriore “razionalizzazione” dell’arma aerea significa che una buona fetta del personale (militare) va a casa e che c’è un indotto industriale e di ricerca (e non sono tanti i paesi nel mondo che hanno una qualche potenzialità in fatto di industria aereospaziale) che va a casa pure lui (le ali dell’F35, le facciamo noi, l’impianto di assemblaggio e manutenzione europea, pare, dovrebbe essere da noi) e c’è una perdita diretta sull’investimento già fatto (1,5 miliardi, più del 10% della somma finale). Cioè rimandare tutto per questioni economiche è, in prospettiva, non avere affatto gli aerei adeguati (almeno per tempo) ed avere invece immediatamente un contraccolpo economico sia sul privato che sul pubblico.

Il secondo tipo di critico, meno radicale, è quello tecnicista. Ma come, perché pigliamo l’F35 che costa tanto, lo fanno gli americani ed è pieno di problemi tecnici? Raddoppiamo l’ordine dell’Eurofighter che è analogo, lo facciamo in Europa e costa meno!

Che il progetto F35 abbia problemi è risaputo: ed è anche inevitabile, trattandosi di un aereo di nuova concezione. Non è vero che è paragonabile all’Eurofighter, l’F35 (di cosiddetta generazione 5) è completamente stealth e dal punto di vista elettronico è altra cosa. L’Eurofighter (che è un buon aereo, ben più veloce ma di generazione 4 e mezzo, non completamente steath) è già in servizio da 10 anni ed è stato concepito 20 anni fa: un’enormità, in epoca di accelerazione tecnologica quale è la nostra ed in cui iniziano ad annunciare l’ipotesi di un aereo di 6a generazione).

Dovendo comprare ora (per mettere gradualmente in linea nel prossimo decennio), che si compra, una roba nuova o una roba vecchia? Ha senso spendere la metà per comprare dei caccia che già sappiamo saranno superati quando li avremo in linea? Senza dire che l’F35 è un aereo che consentirà una maggiore interoperabilità con gli altri alleati della NATO (USA soprattutto) che questo aereo avranno e con i quali verosimilmente si faranno, come si son fatte, operazioni che prevedano attacco al suolo.

Ed infine un ultimo argomento a favore dello specifico modello – che ho il dubbio sia pure il principale: l’F35 è l’unico aereo VSTOL al momento in progettazione , ovvero a decollo verticale. Il che significa che se non lo compriamo, la nostra nuova portaerei (con quel che è costata) serve a molto poco (anche qui, mi astengo dall’entrare nel merito della scelta di farsene una, di portarei). E mi viene il cattivo pensiero che l’ordine per i restanti aerei (il 90% dei 90 cacciabombardieri) sia  anche una sorta di implicito scambio (leggi marchetta) a favore del produttore per il mantenimento (da più parti messo in dubbio ed ancora oggetto di verifiche) dello sviluppo della versione VSTOL dell’F35 (che interessa noi e la Gran Bretagna). Certo sarebbe bello vedere la figura dei vertici delle forze armate, che ordinano un’aggiornatissima portaerei che ci costa 1,3 miliardi di euro e poi si scopre che…è così avanti che non esistono tipologie di aereo che possano usarla! Però pensate il senso economico della cosa, per il contribuente. Sì, un po’ sa del giocatore che continua a spendere per non perdere il gruzzolo iniziale: e questo è ovviamente un rischio. Ma peggiorare la situazione non cancella l’errore iniziale, e forse oggi è meglio limitare il danno.

Insomma, ecco, non è proprio vero – non considerando le critiche radicali che mirano proprio a non averla, l’aereonautica – che non ci siano ragioni sensate per comprare ‘sti benedetti F35.

Poi, è evidente, a tutto si può rinunciare.

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