Alcuni, pompieri, lo sono fin dall’inizio

È un po’ bruttarello iniziare questo blog con un post sulla Lega. Ma tant’è, mala tempora currunt, e questa ne è l’ennesima riprova. Giorni particolari, per i barbari sognanti (e paganti coi soldi nostri, a quanto pare): sicché ne scrivono in molti e molti sono i dibattiti, anche di tipo retrospettivo.

Ed è parecchio strano vedere la corsa a descrivere “come è diventato il partito”. Insomma il tentativo di riassumere il tutto con l’apologo dell’incendiario che diventa pompiere. O del partito guerrillero che – come spesso accade – si è malamente istituzionalizzato. Come se in partenza la Lega fosse diversa da come è diventata o ambisse a qualcosa di diverso dalla gestione dello status quo e volesse sul serio cambiare il Paese.

Ora, è abbastanza evidente che oggi il partito è sclerotizzato. Il familismo di stampo nordcoreano, le normalizzazioni stile primavera di Praga (non che Tosi sia paragonabile ad un Dubcek, ovviamente), un giornale di partito tipo Rude Pravo, l’uso molto privato di pubbliche risorse a là Ceausescu, ritualità misteriche da politburo: la Lega Nord aveva ormai da tempo le carte in regola per iscriversi al compianto Comintern come un qualsiasi Partito Comunista d’antan. Per l’appunto, nella versione – la sola che la mia generazione ha vagamente conosciuto – odiosa e decotta di quei partiti, nati da istanze rivoluzionarie e finiti corrotti e burocratizzati come – e peggio – di una qualsiasi e borghese Democrazia Cristiana.

Ma quei partiti – e più in generale le compagini politiche che hanno dato il via ad una rivoluzione o ad un vero cambiamento – in origine (spesso molto lontana origine, per quelli comunisti) avevano una ingenuità intimamente connessa alla loro stessa rappresentanza politica. Rappresentavano infatti ceti sociali che, non avendo partecipato prima alla vita politica ed economica dei loro paesi, avanzavano autentiche istanze di cambiamento: come tali, per l’appunto, rivoluzionarie.

In questa prospettiva, la Lega invece è sempre stata, fin dalle sue origini, pompiera.

Le istanze ed i ceti che la Lega ha rappresentato e (finché dura) rappresenta sono tutto meno che istanze e ceti precedentemente esclusi dal governo della cosa pubblica o dai dividendi socio-economici della gestione del potere.

Non si trattava e non si tratta di una borghesia che vuole spodestare l’Ancien regime, né di un Quarto Stato che chiede alla borghesia di farsi più in là. Neppure di un popolo che dice agli Inglesi di andarsene. La Lega ha intercettato quegli stessi interessi politici ed economici che nel Nord Italia (e basta co’ sta storia di chiamarla Padania, famola finita, su, non esiste) erano prima rappresentati dalla DC (più nel Nordest) o dal PSI (più nel Nordovest).

Gli stessi artigiani, gli stessi operai, gli stessi imprenditori e gli stessi professionisti. Né più né meno.

Anzi, semmai, quella stessa rappresentanza di interessi ha avuto nella Lega non una versione più rivoluzionaria ma piuttosto una mise ancor più conservatrice. Il cambio di cavallo, infatti, non è avvenuto perché socialisti e democristiani rubavano. Ma perché a fine anni ‘80 inizio anni ‘90 è parso chiaro a tutti che la festa (economica) andava finendo (un lungo addio che arriva fino ai nostri giorni), anche nel Nord Italia: e che dunque era necessario conservare con più aggressività e veemenza ciò che s’era conquistato, contro qualsiasi minaccia – prima più terrona, poi più extracomunitaria.

In questo senso, la Lega non ha mai avuto un’ingenuità iniziale (non abbiamo mica dimenticato la valigetta coi 200 milioni del giovane Umberto no?) ed aspirazioni di vero cambiamento, poi gradualmente franate per il normalissimo logoramento che dà l’esercizio continuato del potere (per vent’anni, che cazzo, per vent’anni quassù!).

Non ha mai avuto alcun contenuto realmente rivoluzionario, il programma della Lega.

Slogan a parte, è sempre stata una forza di conservazione e non di cambiamento. È un partito che da sempre ha fatto del “proclamare” il cambiamento l’unica “sostanza” della sua rivoluzione. Insomma, tutta chiacchiere e propaganda, e fin dal principio. Il federalismo, alla fine della fiera, chi l’ha visto? E le centomila carabine delle valli bergamasche, dove sono? E la rivolta fiscale, la secessione?

Io ho il dubbio che tutto questo non ci sia mai stato e che non ci sia mai stato non tanto perché Bossi e compagnia hanno fottuto i propri elettori – invecchiando malamente sulle careghe romane – ma perché i loro elettori non avevano – ripeto, propaganda a parte – alcuna vera istanza di cambiamento degli equilibri economico-sociali esistenti, ma anzi, la volontà di conservarli il più a lungo possibile, proteggendoli, in epoca di vacche magre, da chi avrebbe voluto invece partecipare (o continuare a partecipare) ai guadagni fin lì accumulati.

Quando c’erano i soldi, in altre parole, si poteva anche ammettere la carità pelosa e cristiana che veniva dall’arco costituzionale, quando i soldi son finiti, era tempo di dire basta anche a questo, i soldi son pochi e devono essere per noi. Ed è questo substrato che ha visto Bossi fondando la Lega.

E insomma, che cazzo, le partite IVA evadevano e votavano il governo quando la Lega al governo non c’era e hanno continuato ad evadere e a votare il governo anche quando poi la Lega al governo ci è andata: con il cambio di cavallo nessuno intendeva evitare lo spreco, garantire la partecipazione e l’autonomia, immettere nuove (e diverse e giovani) forze. Ciò che serviva era (solo) che gli sprechi fossero ristornati a casa propria, e che la mancata partecipazione ed autonomia continuasse a garantire la gestione incontrollata degli interessi – da concentrare però su scala locale, e che i soliti noti continuassero a gestire le clientele, ma con maggiori risorse locali e più incisiva capacità di lobbying rispetto ad un ambito territorialmente ristretto.

Quello che serviva era l’adeguamento della vecchia politica a nuove ristrettezze sostanziali e a nuove modalità formali (sì, anche comunicative, tipo Forlani se ti insultava non lo capivi mica perché l’insulto era perso in un giro di parole lunghissimo, col dito medio invece è già più facile).

Non c’era nessuna intenzione di cambiare la politica, il modo di farla e gli equilibri connessi.

Che è poi quanto è in effetti accaduto in questi anni e quanto sta emergendo in questi giorni.

Per cui, basta con ‘sta storia che il vero Bossi, quello rivoluzionario, se l’è portato via la vecchiaia. E vedete di far sparire anche quella maglietta con l’immagine stilizzata e verde dell’Umberto col sigaro. Almeno da giovane, Castro – prima di finire come un dinosauro che passa la palla al fratello in uno stato di bancarotta a gestione familiare – la rivoluzione la voleva fare sul serio.

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